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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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Incontri ravvicinati del terzo tipo, di Steven Spielberg

Non è soltanto un capolavoro della fantascienza, ma è anche un racconto sull’ossessione come forma di libertà e sul desiderio di guardare oltre i confini del reale. Al cinema da oggi a mercoledì

Di meravigliose e sinistre ossessioni e ancora di soglie, tra questo mondo e quell’altro, che è dell’altrove, al di là del visibile, dei cieli e dei pianeti e forse perfino delle galassie. E poi chissà. Nel mezzo, una porta, una casa sperduta tra i boschi dell’Indiana, una visione confusa e collettiva, una melodia a cinque note e ancora una luce abbagliante e straordinaria che appare fin dal primissimo istante, sia a noi che a loro, come qualcosa di fortemente attrattivo e, al tempo stesso, angosciante. Laddove una madre perde il proprio figlio e, per la prima volta nella sua vita, scopre il significato profondo dell’avventura e dell’ignoto. Per questa e altre ragioni, Incontri ravvicinati del terzo tipo, il quinto lungometraggio da regista di Steven Spielberg, ben prima di farsi sogno fanciullesco dentro e oltre i linguaggi della fantascienza, è una porta socchiusa sulle angosce del reale, dapprima familiari e poi identitarie, dunque individuali, fino all’essenza profonda del desiderio collettivo.

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Laboratorio di SUONO PRESA DIRETTA, a Roma dal 16 marzo


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Cos’è che improvvisamente illumina i cieli notturni dell’Indiana e che sconvolge tutta una serie di persone assai distanti e sconosciute tra loro, sconvolgendone equilibri, esistenze, oltreché emotività? Perché nel deserto di Sonora, al confine tra Stati Uniti e Messico, viene ritrovata senza spiegazione alcuna la famosa Squadriglia 19, cinque aerei motosiluranti TBM Avengers scomparsi nell’area del Triangolo delle Bermude durante una normale esercitazione nel dicembre del 1945? E ancora, perché l’ossessione dell’uomo, secondo Spielberg, non è mai una gabbia, bensì uno strumento di liberazione?

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LA MASTERCLASS di SCENEGGIATURA con FRANCO FERRINI dal 24 marzo


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Le risposte non tardano a venire, via via che gli interrogativi aumentano, in dialogo con l’immagine e il suono di un mondo che si sta riscoprendo, osservando, dopo moltissimo tempo, l’esistenza possibile di una realtà altra che guarda a loro, ai visitatori, e poi a noi, alla vita che l’uomo ha condotto fino a lì, ignaro delle effettive conseguenze del mutamento, dell’altrove, causato dall’inatteso e sconvolgente irrompere dell’ignoto nella quotidianità asfissiante e monotona che vorrebbe definirci tutti, omologandoci e confondendo, dunque, il significato di identità, o meglio di individualità. L’uomo non è più libero se costantemente parte di un sistema, sia esso lavorativo oppure familiare. Ecco perché la Torre del Diavolo, ecco perché la rincorsa della visione e del sogno.

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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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Il colletto blu Roy Neary (Richard Dreyfuss), alter ego dello stesso Spielberg, è un eterno bambino, un fanciullo mai cresciuto, costantemente immerso nel caos dei propri sogni, giocattoli e desideri, apparentemente inconsapevole delle responsabilità genitoriali che invece gli spettano da tempo. I figli lo osservano senza tuttavia comprenderlo, o almeno non del tutto. Si comporta allo stesso modo anche la moglie Ronnie (Teri Garr).

Eppure, al netto della confusione, delle conseguenze sinistre e buffe dell’incontro ravvicinato del terzo tipo, Roy si conosce a fondo, agendo nella lucidità tipica di chi ama realmente un qualche cosa di indefinito e, al tempo stesso, di profondamente concreto. Da lì la follia consapevole di un uomo che improvvisamente intende divenire tale, abbracciando l’avventura e spezzando così la rigidità di un crudele e irrigidito sistema familiare e sociale che vorrebbe impedire a chiunque di posare lo sguardo sull’altrove, mettendo da parte la più pura e sregolata curiosità e ancora la possibilità di sognare. Dunque Roy sfida il sistema, infischiandosene del giudizio e dello sguardo altrui. Tutto ciò che conta è la libertà: la vita e i confini senza limite alcuno dell’immaginazione d’ogni uomo e d’ogni donna.

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Laboratorio di SUONO PRESA DIRETTA, a Roma dal 16 marzo


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Ecco perché Spielberg realizza Incontri ravvicinati del terzo tipo. Lo fa per continuare a sognare, per poter vivere all’interno di quattro anime, assai distanti eppure connesse tra loro: quella di Roy Neary, ingabbiato e poi liberato; quella di Jillian Guiler (Melinda Dillon), privata in un certo senso della propria individualità, la cui destinazione finale è la riscoperta dell’amore e della felicità; quella del piccolo Barry Guiler, che, sfidando il sinistro o ancora la paura profonda della luce e dell’ignoto, prende parte all’avventura, volando lassù, in compagnia dei visitatori e di coloro che da molto tempo vivono sulla nave.

E infine quella dello scienziato francese Claude Lacombe (François Truffaut), colui che suo malgrado è già cresciuto e forse ha perfino scordato il sogno, limitandosi così all’osservazione temporanea dello straordinario che irrompe nell’ordinario. Della meraviglia repentina che illumina i cieli e gli sguardi, svanendo poi nell’oscurità, resta impressa però la memoria di un momento accaduto, o meglio vissuto, perciò sentito ed elaborato a fondo. Non è lo stesso che accade al cinema? Forse un tempo, forse ora non più.

Ecco perché a distanza di quarant’anni e più dalla sua uscita, il ritorno in sala per soli tre giorni (da oggi a mercoledì 28) di Incontri ravvicinati del terzo tipo, nella nuova edizione in 4K realizzata da Sony Pictures Entertainment e distribuita dalla Cineteca di Bologna, può essere un buon modo, forse addirittura l’unico possibile, per tornare a immergersi nell’oscurità e nel sogno magico di un far cinema oggi assai remoto, o peggio estraneo, perdendosi tra cieli stellati e campagne silenziose, atmosfere sinistre – la sequenza degli osservatori sulla strada è un corto horror a sé tra Don Siegel e John Boorman – e ancora pazienti e curiosi visitatori venuti da altri mondi. E ancora ossessioni appassionate, perciò deliranti e sconfinate, che fanno parte dell’avventura, del fantastico – quello vero – e del rifiuto di tutto ciò che è ordinario. Abbracciate il sogno, abbracciate la libertà. Posate lo sguardo altrove, provateci, guardate i cieli. Specialmente la notte. Forse qualche cosa accadrà.

Titolo originale: Close Encounters of the Third Kind
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon, Shawn Bishop, Adrienne Campbell, Justin Dreyfuss, Cary Guffey, Bob Balaban, Roberts Blossom, Merrill Connally, George DiCenzo, Lance Henriksen, Warren Kemmerling, J. Patrick McNamara, Gene Dynarski, Josef Sommer
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 135′
Origine: USA, 1977

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
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Il voto dei lettori
4.5 (4 voti)

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