Incontro con Abel Ferrara. Il Cinema a tutti i costi (2° parte)

L’incontro di venerdì 30 ottobre con Abel Ferrara, è proseguito con i consigli del regista ai giovani cineasti, invitati a tentare con tutti i mezzi possibili di imbarcarsi nell’avventura di girare un film. A concludere la serata il regista ha dedicato un brano blues a Pier Paolo Pasolini, ed ha presentato il film da lui scelto per essere proiettato, The Killing (Rapina a mano armata), come un perfetto esempio di cinema nato da una grande idea e nessun budget.

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La regia come improvvisazione:

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“Per Welcome to New York ho fatto dei lunghissimi long take, le scene durano 10-15 minuti, questo è un vantaggio del digitale, prima con la pellicola, visti i costi bisognava essere più precisi, le scene erano molto più brevi. Jacqueline Bisset, che interpretava la moglie di Strauss Kahn nel film, non si è trovata bene con questo metodo, lei ha un modo più tradizionale di lavorare, era abituata a ciak più brevi. Questo modo di girare, dando ampio spazio alla relazione con gli attori, naturalmente non è condiviso da tutti i registi. È diverso ad esempio da come fa Woody Allen… lui gira varie volte tutte le scene, dando così modo di sbagliare agli attori, e il regista stesso è più sicuro, se sa che la sua scena potrà essere rifatta. Ma io sono un regista di film low budget! (ride), ho una mentalità da jazzista, sono costretto ad improvvisare, non c’è ritorno indietro, quello che ho girato è fatto, è andato”.

Un cinema da creare:

“Non ci sono scuse per non fare film. Vanno fatti a tutti i costi: con i soldi, senza i soldi, l’unica cosa che dovrebbe frenare è non avere un’idea. Ti devi inventare l’arte, inventarti il mestiere, come direbbero i napoletani. In questo senso tutti i dibattiti su internet o non internet, televisione o non televisione non mi interessano: voglio solo una camera da presa e degli attori con cui lavorare, il resto non conta. L’idea di partenza poi può evolversi in mille modi, ad esempio questo progetto che ho per il documentario su Padre Pio, potrebbe anche diventare un film; o al contrario, quando con il mio amico sceneggiatore Maurizio Braucci andavamo in giro a fare interviste prima di scrivere la sceneggiatura di Pasolini, abbiamo incontrato tanti personaggi assurdi, completamente folli. Non riprendere quelle interviste è stato un errore. Anche delle riprese con il cellulare sarebbero state bellissime. Per Padre Pio il lavoro è simile, andiamo in giro a intervistare tanti personaggi un po’ pazzi, ma questa volta li filmiamo. O ancora, in Chelsea on the Rocks abbiamo inframmezzato il documentario con scene di fiction, come la ricostruzione dell’omicidio di Sid e Nancy. I progetti possono cambiare, e si può sempre contaminare il documentario con la fiction”. chelsea-on-the-rocks

 

La sceneggiatura in itinere:

“Lo script è sempre buono quanto tu riesci a renderlo buono. Anche se lavoro sempre con persone di cui mi fido, non sono sempre felice dello script. D’altronde una volta mi hanno detto: non esistono grandi sceneggiature, solo grandi film. La sceneggiatura per me è la prima comunicazione su dove stiamo andando, cosa succederà sul set, continua mentre si gira, e continua al montaggio. Io non lavoro mai con uno sceneggiatore che non sia presente in tutte le fasi del film, il suo lavoro non si limita alla scrittura preliminare. Deve esserci sempre”.

Crowdfinding per Siberia:

“Del crowdfounding se ne può parlare per anni, poi non fare nulla. Io ho provato, e non è andato in porto, ma questo non vuol dire che non continuerò per tutta la vita a cercare soldi per produrre il mio film (Siberia). Per me non c’è fallimento se c’è stato il tentativo, e bisogna tentare in ogni modo. D’altronde io e Willem non abbiamo neanche twitter! (ride). Avrei voluto essere un pittore, o un cantante, ma no, sono un filmmaker, questo è quello che so fare. E ogni cosa per me è fonte di possibilità. Ogni situazione io la guardo come una fonte per poter fare un film. Tutto può trasformarsi in un film. Tanto noi registi siamo dipendenti dal girare, quanto le persone sono dipendenti dai film, come nell’età della pietra si sedevano attorno a un fuoco e ascoltavano le storie. Dall’alba dei tempi c’è stato chi sapeva cacciare, chi sapeva fare il fuoco, e chi sapeva raccontare storie. Era un modo per aggregare le persone, per renderci uniti. Bisogna dedicarsi con passione al mestiere del cinema, che si sia attori o registi o altro, e non per forza i soldi arrivano da quello, non c’è vergogna se ci si guadagna da vivere facendo altro, come il cameriere o il barista. Kafka ha scritto i migliori romanzi del ‘900 ed era un impiegato, vendeva assicurazioni. Einstein ha concepito la teoria della relatività mentre ancora lavorava in un ufficio, ed era anche felice di avere un lavoro”.

abel ferrara 4

Il nuovo progetto:

“Il documentario su Padre Pio nasce dall’idea di fare un film sulla vita di mio nonno, dato che hanno tante cose che li accomunano: sono nati lo stesso anno in due paesi vicini. Io sono cresciuto con mio nonno, un piccolo italiano, arrivato nel Bronx a vent’anni, e piano piano, senza diventare un gangster, si è creato il suo mondo. Ha cresciuto tre figli, ha fatto trasferire più di quaranta persone da Sarno a New York. Mio nonno non parlava una parola di inglese, e neanche una parola di italiano, parlava solo il dialetto del paese. Come mio nonno, Padre Pio è un altro personaggio che dal nulla fece grandi cose, ed entrambi erano inizialmente visti dalla società come degli idioti, degli ignoranti. Per Padre Pio il punto di svolta fu quando iniziò a fare i miracoli. Il Vaticano gli diceva: “non puoi fare i miracoli”. E lui rispondeva: faccio quello che devo fare, quello che mi avete insegnato!. Oltre che del personaggio di Padre Pio, nel mio documentario mi interesso molto al periodo storico e al luogo, la minuscola cittadina di San Giovanni Rotondo nei primi anni ’20. Bisogna immaginarsi l’arrivo di Padre Pio in questa minuscola città, dove regna il caos: ci sono i reduci della prima guerra mondiale, la povertà, la febbre spagnola che miete vittime, la Rivoluzione Russa è passata da due anni. Sono quasi tutti analfabeti, ma i pochi che sanno leggere tentano di spostare la città a sinistra. Ma il giorno stesso in cui i comunisti vincono le elezioni, i pre-fascisti, ossia i proprietari terrieri, rispondono con la violenza. Durante una manifestazione ai poliziotti viene dato l’ordine di sparare…insomma un momento di pura follia. E in mezzo a tutto questo macello, arriva un personaggio a cui spuntano le stigmate, a cui iniziano a sanguinare le mani!”.

Incontro con Abel Ferrara. Il rapporto con gli attori (1° parte)