Incontro con Agnès Varda al Cinema Ritrovato

Agnès Varda è un’arzilla regista e fotografa di ottantanove anni, dalla carriera sfolgorante, dalla criniera bicolore. Una donna di un’autoironia che fa impressione. Non una qualunque: col marito faceva vacanze a quattro, in Costa Azzurra, in compagnia di Godard (“leggeva sempre”) e di un’indolente Anna Karina, che si rosolava nel suo “non so che fare”. Lo stesso Godard che, alla fine di Visages Villages proiettato in piazza Maggiore di fronte a tremila, forse quattromila persone, manca intenzionalmente l’appuntamento con Agnès, lasciandole in compenso due righe, scritte sul vetro della porta di casa, in cui rammenta il luogo dove col compianto marito di Agnès, Jacques, tutti e tre andavano a mangiare e a trascorrere le loro ore: Agnès si commuove, ma al tempo stesso biasima l’amico Godard, che l’ha fatta soffrire tramite quel ricordo di una vita che non c’è più.

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Ha un compagno di viaggio, la Varda, in Visages Villages. Un compagno cinquantacinque anni più giovane, eppure per lei complementare, perché nelle canzonature alla vecchia e bassa Agnès c’è tutta la dolcezza di un rapporto tra nonna e nipote: lui è JR, ed è l’artista francese noto in tutto il pianeta per i suoi colossali collage fotografici, impressi ovunque. Ad Agnès ricorda Godard stesso, per il suo vezzo di portare sempre cappello e occhiali scuri. Nel loro road-movie, JR declinerà sempre il desiderio della regista belga di poterlo guardare negli occhi. Ma, in quel momento di sofferenza provocato dal “cane” Godard, JR toglie gli occhiali scuri e finalmente si apre, si mostra alla vista ormai sfuocata di Agnès.
È tutto un susseguirsi di scene e testimonianze che toccano, che inducono al sorriso, che appagano, che scaldano la fresca serata bolognese, e scaldano il suo vasto pubblico, nella penultima serata del Cinema Ritrovato: si arriva, a fine proiezione, a una specie di abbraccio collettivo a JR e alla tenera Agnès, di nuovo sul palco dopo aver sorseggiato un tè e un cappuccino ai lati della piazza, mentre il film filava, discorrendo sulla vita come dei coetanei, nonostante l’abisso anagrafico.varda.
Agnès Varda non ha paura della morte, lo confessa. La aspetta quasi, anzi, curiosamente. E questa sua leggerezza, questa sua agilità di pensiero si snocciola durante l’intero Visages Villages, un docufilm nomade nel quale i due personaggi, in una specie di camper multiuso, gironzolano i paesini dell’intera Francia intervistando gente semplice e installando, nei posti in cui vivono o lavorano, le giganti fotografie di queste persone ai margini della storia: una troupe di operai, un covo di ex minatori, due allevamenti di capre, una cameriera, tre mogli di scaricatori di porto (è, questo, uno dei migliori momenti: le tre donne sono “inserite” all’interno di enormi containers sui quali sono stampate le loro istantanee), e così via, inanellando piedi, bocche, occhi, corpi, purtroppo anche effimeri come su una riva della Normandia, dove l’alta marea slaverà una stupenda fotografia collocata su un vecchio e demolito bunker tedesco.
È un viaggio tra visi e villaggi in cui Agnès Varda e JR scoprono o riscoprono anche se stessi, visitando avi, antiche spiagge, frammenti di memorie, in una slavina di emozioni aspre o mielate che non risultano quasi mai affettate. E lo scarto generazionale tra i due è subito richiuso, anche lì davanti alla platea bolognese, col “nipote” giocherellone che alza alla “nonna” l’asta del microfono per impedirle di parlare, Agnès che lo rimbrotta bonaria, amorevole. Così Visages Villages, per umanità e coinvolgimento, è l’ultimo colpo di coda di un Cinema Ritrovato ancora una volta all’altezza delle aspettative, che si è accordato man mano alle esigenze e ai sentimenti del pubblico come man mano si accordava la chitarra nel suono iniziale del film di Agnès e JR.
Ciò nonostante, come dice Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca, salutando tutti, “il miglior Cinema Ritrovato di Bologna sarà sempre quello dell’anno prossimo”. Non rimane che aspettare un’altra estate.