"Infamous – Una pessima reputazione", di Douglas McGrath

"Infamous" è capace di spiegare come empatia e cinismo possano convivere nello stesso individuo. E' un film spaccato a metà come può esserlo ogni persona, come lo è la schizofrenia, come lo è il conflitto morale o psicologico che Capote e il suo assassino-cavia-testimone vivono e passano in profondità allo spettatore.

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Una linea d'ombra. E' quella che separa la dolcezza dalla violenza, la norma dalla scheggia impazzita, in definitiva il bene dal male. E' quella chiaramente visibile in Infamous, quarto film di Douglas McGrath – attore in Quiz Show, Insider, Celebrity, Happiness e regista di Emma, Company Man e Nicholas Nickleby – presentato nella sezione "Orizzonti" al 63° festival di Venezia. Infamous non sfoggia particolari soluzioni registiche – camera ferma, piani americani, movimenti lenti ed essenziali – se si esclude lo sguardo in macchina dell'assassino Perry Smith (Daniel Craig) che scrive/parla dalla cella a Truman Capote. Strano caso in cui quello che sembra un vezzo, o una zavorra, può essere anche una chiave di lettura. Non importa se per metà della pellicola Capote (Toby Jones) sembrerà l'esasperazione della caricatura di un omosessuale; se fino a un certo punto sembrerà più di stare a teatro che al cinema, per la disposizione dei personaggi nella scena, per la rappresentazione dei salotti o per la sequenza micidiale, cadenzata, infallibile delle battute taglienti, ironiche e autoironiche del protagonista. Non importa se all'inizio della fase discendente della parabola di Capote, il suo stravolgimento psicologico sembrerà tirato via semplicemente con un flashback inserito in una sequenza di ameno ballo di gruppo. Perché Infamous è capace di spiegare come empatia e cinismo possano convivere nello stesso individuo. L'empatia di Capote, visibile fin dalla primissima scena; il cinismo di Capote, arma con cui insegue il capolavoro che sarà 'In cold blood'; e la determinazione che non solo svela una personalità a prova di bomba messa al servizio di un genere che anticipa di anni la fusione di realtà e fiction – il massacro di Holcomb, Kansas raccontato con una tecnica da romanzo – ma soprattutto fa emergere la volontà e la capacità dello scrittore di andare al fondo, di se stesso e dei suoi 'personaggi'. Infamous è un film spaccato a metà come può esserlo ogni individuo, come lo è la schizofrenia, come lo è il conflitto morale o psicologico che Capote e il suo assassino-cavia-testimone vivono e passano in profondità allo spettatore. Prima c'è la luce, il lucido dei colori, le risate, l'alta società raccontata senza troppe complicazioni – la superficie, il personaggio che è come appare o come deve essere. Poi Infamous diventa buio, angosciante, tragico. Insopportabile come la realtà che pesa sul protagonista, incapace di non seguire la propria natura, incapace di chiudere gli occhi di fronte a ciò che più spaventa, il fondo non del tutto sondato della sua stessa persona. La discesa inizia nel bel mezzo dell'America, con un testimone che parla di come, a un certo punto, possa alzarsi un vento che – per quanto tu pesi, per quanto tu abbia il controllo – può trascinarti via. Da quel momento inizia la lacerazione dello scrittore, riflessa nel suo volto allo specchio, o nell'altalenarsi della luce viva – il contatto finalmente stabilito con Perry Smith – e dei colori spenti nella banalità del male. Se il regista voleva un film psicologico, l'ha ottenuto – un film che decolla divertente con toni da commedia mondana e si chiude contemporaneamente sulla grandezza e sulla bassezza, di Truman Capote, e universale.

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Titolo originale: Infamous


Regia: Douglas McGrath


Interpreti: Toby Jones, Sandra Bullock, Daniel Craig, Gwyneth Paltrow, Sigourney Weaver, Jeff Daniels, Isabella Rossellini, Hope Davis


Distribuzione: Warner Bros. Italia


Durata: 118'


Origine: Usa, 2006


 


 


 

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