inizioPartita. Big Blue fagocita Red Hat

L’acquisizione di Red Hat è il viatico ideale per Big Blue per dotarsi di nuove tecnologie software per il cloud, basate su codice open-source.

Ad Armonk hanno sempre pensato sul lungo periodo. Quando l’International Business Machines Corporation (comunemente nota ai più come IBM) ha deciso di uscire qualche anno fa dal mercato PC, per incapacità a sostenere la concorrenza dei diretti competitor, si era pensato ad una sua imminente debacle. Ma la multinazionale statunitense ha concentrato il suo business nel settore dei server e del super-computing, divenendo quasi un player solitario (anche se di nicchia), cosa che le ha consentito di sopravvivere e predisporre una strategia di recupero che, anche se con tempistiche dilazionate, le sta consentendo di riguadagnare a poco a poco il terreno perso finora.

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C’era comunque da aspettarselo da un’azienda con un know-how eccezionale, che opera sotto lo stesso nome da più di un secolo (…dal 1911 circa).

Non stupisce più di tanto, quindi, la recente acquisizione miliardaria di Red Hat, avvenuta per un controvalore oggettivo di circa trentaquattro miliardi di dollari statunitensi.

Red Hat è il viatico ideale per dotarsi di nuove tecnologie software per il cloud, basate su codice open-source.

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In effetti, Red Hat opererà per conto della divisione Hybrid Cloud di IMB, anche se, almeno per il momento, sembra destinata a mantenere una certa neutralità ed indipendenza rispetto all’azienda principale.

Da quel che si è potuto capire, IBM intende per ora lasciare le cose come stanno: verrà mantenuta l’attuale dirigenza insieme a tutte quelle peculiarità che hanno contraddistinto finora Red Hat (in particolare, sedi e brand accessori).

Quindi, se da un lato l’operazione di acquisizione consente a Red Hat una buona solidità finanziaria (con i capitali di IBM), dall’altro dovrebbe permetterle di salvaguardare comunque la propria elevata autonomia decisionale, cosa auspicata dagli estimatori del brand, che non vedrebbero di buon occhio eventuali intromissioni di IBM.

Ad ogni modo, se si guarda oltre ai proclami di indipendenza, non è detto che l’acquisizione operata da IBM sia un bene per questo settore del mondo software che ruota intorno a Linux.

Certamente è un colpaccio per Big Blue, visto che potrà affondare i propri dentoni nel know-how correlato al cloud, dove invero era rimasta finora alla finestra.

Qualcuno ha tuttavia già ipotizzato come, prima o dopo, Red Hat finirà per essere inglobata nella multinazionale come tutte le altre realtà aziendali che sono state indistintamente assimilate finora (un po’ nello stile dei Borg di Star Trek).

Noi teniamo a far comunque presente che, in ogni caso, Linux è Linux. Red Hat non è Linux, e se anche un giorno dovesse sparire, altre distribuzioni di Linux prenderebbero il sopravvento su quelle dell’azienda di Raleigh (North Carolina), permettendo comunque alla creatura di Torvalds di rinnovarsi nel tempo.

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