inizioPartita. Nintendo Classic Mini: NES – Ovvero come sbeffeggiare i retrogamer…

A detta di Nintendo, il NES Classic Edition, importato e venduto in Europa come Nintendo Classic Mini: NES (non si capisce, poi, perché vendere lo stesso prodotto con nomi diversi a seconda del continente; se si trattasse di localizzazioni in lingua nazionale avrebbe pure senso, però qui vengono si utilizzate due denominazioni differenti, ma entrambe in lingua inglese e piuttosto simili… quale enigmatico mistero commerciale…), doveva rappresentare, di fronte alla platea dei retrogamer odierni, il frutto dell’orgoglio e della passione legati alla storia videoludica della nota azienda giapponese.

La piccola console, commercializzata a partire dall’11 Novembre 2016, inizialmente solo in Australia e Giappone, e successivamente approdata anche negli U.S.A, in Europa e in Russia, costituisce, in effetti, un omaggio alla storica piattaforma NES (acronimo con cui è conosciuto ai più il Nintendo Entertainment System, del 1983, detto talvolta anche Famicom, ricorrendo alla denominazione originaria giapponese del prodotto).

Confezione commerciale del Nintendo Classic Mini: NES

Confezione commerciale del Nintendo Classic Mini: NES

In pratica, si tratta di una riproduzione “aggiornata” ed in miniatura (…soprattutto per quel che concerne l’aspetto esteriore) del vecchio NES, di cui è in grado di emulare le caratteristiche videoludiche salienti, ricorrendo, nel farlo, ad hardware moderno: ad esempio, il sistema è dotato di un’uscita per un cavo HDMI, che consente la visualizzazione sui nuovi televisori HD, ed un nuovo controller che, eventualmente, può essere connesso al telecomando della Wii o della Wii U per l’utilizzo della Virtual Console.

Inoltre, sul Nintendo Classic Mini: NES vengono pre-caricati una serie di trenta giochi di fama storica, come Mario Bros., Super Mario Bros., The Legend of Zelda, Donkey Kong, Castlevania, e Pac-Man, unitamente ad una lista secondaria di altri otto titoli che variano a seconda della regione di commercializzazione (la release per l’area PAL, integra, in effetti, anche l’ormai mitologico Bubble Bobble, il divertentissimo Punch-Out!! e il primo Final Fantasy).

È chiaro come questo piccolo bijou (…perché lo è sul serio) dal gusto retrò abbia scatenato fin da subito la corsa all’acquisto da parte degli estimatori del brand di lunga data, diventando in poco tempo l’oggetto da possedere ad ogni costo, in cima alla top-list dei “desiderata” videoludici. Alla data del 31 dicembre 2016, Nintendo aveva già venduto ben 1,5 milioni di unità del prodotto.

Peccato, che, accortisi del successo inatteso della trovata, i capoccia di Nintendo abbiano deciso di mettere in atto una mossa commerciale davvero poco edificante.

Intorno alla metà di questo mese, infatti, è stato annunciato lo stop delle linee di produzione, all’inizio solo in U.S.A. ma poi, via via, anche negli altri paesi, in maniera piuttosto improvvisa.

In pratica, hanno commercializzato il dispositivo per la bellezza di circa cinque mesi solamente, decidendo, senza motivazioni cogenti, di interrompere quello che si profilava come un trend positivo di vendite. Perché?

Le ragioni sono essenzialmente due. La prima riguarda il fatto che la console costava davvero poco (in pre-ordine su Amazon, ad esempio, circa 60 euro): c’è da scommettere che, con la chiusura delle linee di produzione e la notevole domanda del mercato, il prezzo della stessa schizzerà alle stelle. Sempre su Amazon, per fare un confronto, le unità rimaste in stock vengono ora vendute sui 175 euro. Un rincaro netto di 115 euro (…alla faccia). Per cui, se Nintendo, implorata dai fan del retrogaming, decidesse infine di “accontentare” le richieste e di tornare a produrla, il prezzo per l’utenza finale risulterà sicuramente più alto, ciò comportando introiti maggiori per l’azienda.

La seconda concerne la volontà degli esperti di marketing della nota azienda giapponese di instillare nei consumatori una certa idea di “esclusività” del brand. In soldoni, se l’azienda può permettersi di interrompere improvvisamente la produzione di un dispositivo di cui si desidera l’acquisto, bisognerà affrettarsi a comprarlo non appena diventerà reperibile, questo perché lo stesso verrà percepito come un qualcosa di “raro“, simile ad un oggetto da collezione, il cui solo possesso e/o la possibilità di vantarlo con i propri conoscenti sarà già in grado di gratificare l’ego dell’utente medio, disposto quindi a sborsare in fretta quattrini sonanti per procurarselo. Peccato, tuttavia, non si tratti affatto di un qualcosa di raro.

Oltretutto teniamo a far notare come lo scopo del retrogaming sia, generalmente, proprio l’opposto di ciò che viene perseguito dalle finalità commerciali di una qualsiasi azienda: il senso del recupero delle vecchie glorie videoludiche del passato vuole accompagnarsi allo studio dei percorsi di evoluzione del videogaming e all’inevitabile divertimento offerto dallo scoprire o ri-scoprire meccaniche di gioco ormai desuete. Sfruttare questo “mood” dal punto di vista commerciale è lecito, ma in certi casi quantomeno criticabile. Per quanto la trovata sia gradevole ed estremamente fruibile, non vi è, in effetti, necessità assoluta del Nintendo Classic Mini: NES per provare i giochi che la console in questione propone. Pagare un prezzo esorbitante per averla non ha praticamente senso, se ci si pensa bene. Tutta la manovra commerciale di Nintendo potrebbe trasformarsi in un rischioso boomerang; il succo della questione è se, effettivamente, il consumatore finale sia o non sia il solito “frolloccone” disattento che gli esperti di marketing si attendono in fila davanti al bancone del negozio di videogiochi, con il portafoglio insorabilmente aperto.