inizioPartita. Non parlate forte… il vostro hard disk vi ascolta! (PC)

Un’idea geniale che, tuttavia, può essere anche sfruttata in maniera negativa. Questo è quanto deve aver concluso il ricercatore sudamericano Alfredo Ortega dopo aver fatto un’interessante scoperta sugli HDD che porterà inevitabilmente allo sviluppo di nuove tecnologie informatiche per lo spionaggio ambientale.

Come ben sapete, gli HDD (cioè gli hard disk drive classici) sono dei dispositivi di archiviazione dati largamente diffusi, perché montati nella maggior parte dei computer domestici, di cui costituiscono spesso la memoria di massa principale. Anche se, ultimamente, sta prendendo piede la tecnologia relativa agli SSD (solid state drive), non potranno essere soppiantati del tutto, almeno nel breve termine. Anzi, in un certo senso, la concorrenza degli SSD sta ultimamente costringendo i produttori di HDD a trovare nuove strade per aumentarne capacità di archiviazione e performance, in modo da renderli più appetibili per il mercato consumer, anche a livello di prezzi, rispetto ai dispositivi a stato solido (…date un’occhiata al nostro articolo di qualche tempo fa incentrato sull’ Enterprise Capacity 3.5 HDD da 12 TB).

Naturalmente, data la loro enorme diffusione, si rivelerebbero estremamente “preziosi” se si scoprisse un modo di sfruttarli dal punto di vista dell’intelligence e/o dello spionaggio.

In questo senso, la scoperta di Ortega è destinata a fare scuola, nonché ad avere sicuramente una serie di nefaste conseguenze e ripercussioni future.
In pratica, il ricercatore si è ritrovato tra le mani il classico “uovo di Colombo”.

Un hard disk tradizionale funziona tramite una serie di dischi ricoperti di materiale ferromagnetico posti al suo interno, sui cui vengono registrati dei dati. Quando un HDD è in funzione, tali dischi risultano in rapidissima rotazione, e, com’è già noto, diventano sensibili alla sporcizia (…un solo granello di polvere che finisse all’interno dell’involucro sigillato di un disco rigido ne provocherebbe la triste dipartita), alle alte temperature (che degraderebbero il materiale di cui sono costituiti i dischi), agli sbalzi elettrici, agli attriti causati dalle testine di lettura/scrittura dati, ed, infine, alle sollecitazioni meccaniche indotte dall’esterno. Ognuno tra i fattori appena menzionati può provocarne, in teoria, il malfunzionamento. Va detto invero che il progresso tecnologico ha fortemente mitigato le conseguenze negative derivanti dal verificarsi di queste evenienze: gli HDD attuali sono decisamente affidabili e robusti, arrivando a durare diversi anni se non esplicitamente “maltrattati”. Tuttavia, i limiti fisici intrinseci alla tecnologia di base degli HDD non permettono di ignorarle del tutto.

In particolare, riguardo le sollecitazioni meccaniche indotte dall’esterno, gli hard disk moderni sfruttano una specifica elettronica di controllo per gestire le vibrazioni dei dischi ferromagnetici, che rallenta o posticipa le operazioni di lettura o scrittura dati, in modo che non si danneggino né le testine magnetiche, né i dischi stessi.

Si tratta di operazioni che non inficiano minimamente l’attività dell’utente, e che lo stesso non riesce nemmeno a percepire, dato che si svolgono su scale temporali di nanosecondi.

Nello specifico, una tipologia di sollecitazione meccanica indotta piuttosto comune è quella derivante da una vibrazione sonora che si riverbera nell’ambiente in cui è posizionato il computer (…dentro al quale è installato l’HDD). Può sembrare strano, ma l’elettronica di controllo di un disco rigido reagisce effettivamente anche alle vibrazioni sonore.

In effetti, una fonte sonora ipoteticamente ubicata nelle vicinanze di un PC (e del suo HDD) produrrebbe molte vibrazioni, che potrebbero essere “captate” dal dispositivo in questione: l’elettronica agisce quindi in background perché il disturbo prodotto non infici la funzionalità del dispositivo.

La vera “ideona” di Ortega consiste nel fatto che, monitorando l’attività dell’elettronica di controllo di un HDD in risposta alle sollecitazioni meccaniche indotte dall’ambiente in cui è collocato, risulti possibile un tentativo di “ricostruzione” della vibrazione sonora che ha indotto quelle stesse sollecitazioni.

In pratica, con un apposito software, si può trasformare un HDD in una specie di rudimentale microfono, capace di restituire il suono originale dell’ambiente circostante, seppure con un livello di precisione non particolarmente elevato.

Gli esperimenti fin qui eseguiti non hanno, in effetti, prodotto rendering sonori limpidi: ma si tratta evidentemente di problemi inerenti l’eventuale implementazione e sviluppo di software più performanti.

Il punto è che, se ci si pensa bene, si tratta di una tecnologia informatica rivoluzionaria.
Nelle mani sbagliate può trasformarsi in una temibile arma di spionaggio: pensate ad un hacker che, collegandosi al vostro PC, magari tramite un virus trojan, possa ascoltare quello che voi state dicendo anche senza che sulla vostra macchina sia installato un microfono. Alla faccia della privacy…

Inoltre, Ortega ipotizza anche l’operazione “inversa”. Cioè la possibilità di sfruttare l’elettronica di controllo degli HDD come un punto debole, assestando un attacco sonoro in grado di mandarla “in loop”, al fine di bloccare le operazioni effettuate dalle testine (lettura e scrittura dei dati) per rendere inoperativo un disco rigido.
Gli esperimenti condotti dallo stesso Ortega hanno, ad esempio, dimostrato come un suono continuo da 130Hz induca il kernel di Linux a disconnettere un disco rigido dopo 120 secondi (…e quindi PC caput!).

Insomma, un’altra bella gatta da pelare per gli specialisti della sicurezza informatica.