inizioPartita. Obsolescenza programmata: i francesi in prima linea…

In relazione alla normativa nazionale in vigore fin dal 2015 che prevede sanzioni severe da trecentomila euro in su (…fino ad un massimo del 5% degli introiti aziendali), ed alla risoluzione approvata dall’Europarlamento nel Luglio dello scorso anno, i francesi si preparano a dar battaglia in maniera davvero decisa all’obsolescenza programmata.

Il Ministero della Transizione Ecologica e Solidale d’oltralpe ha recentemente avviato una consultazione a livello popolare in merito a tale questione, con l’intenzione di incorporare quanto ne risulterà in un disegno di legge attualmente ancora in corso di definizione.

La bozza legislativa prevede alcune specifiche misure atte a combattere la nota pratica commerciale scorretta.

La più importante prevede dal 2020 l’obbligo di introduzione di un’etichetta destinata ad illustrare il coefficiente di durata, robustezza e riparabilità di tutta una serie di categorie di prodotti tecnologici attualmente in commercio.

Tale etichetta, consistente in una rappresentazione grafica collegata a una scala valori da uno a dieci, dovrebbe svolgere nei confronti dell’acquirente una funzione di ausilio nella formazione dell’intenzione di acquisto di un determinato bene tecnologico, un po’ come già succede con l’utilissima Etichetta Energetica adottata da diverso tempo in tutti i paesi UE (…e diventata oramai essenziale per i grandi elettrodomestici).

Un altro simbolo o etichetta dovrebbe invece indicare la possibilità di reperire più o meno facilmente i pezzi di ricambio per i componenti che dovessero rompersi, differenziando tra nuovi originali, nuovi equivalenti (…cioè prodotti da aziende diverse da quella che ha messo in commercio il bene, ma compatibili) o addirittura usati/rigenerati, meglio se con un’indicazione temporale che consenta all’acquirente di intendere la durata prevista di tale disponibilità.

La terza innovazione consisterebbe nell’introduzione dell’obbligo per i produttori di beni tecnologici di fornire pezzi di ricambio originali ad aziende terze, o a rendere disponibili alle stesse aziende eventuali pezzi di ricambio usati appena gli stessi dovessero rendersi disponibili, in modo da consentire ai riparatori indipendenti di procurarsi con maggiore facilità la componentistica di cui dovessero aver necessità, allo scopo di incoraggiare il mercato dei riparatori indipendenti sul territorio nazionale.

Si tratta, come abbiamo già spiegato, di un disegno di legge. Non è certo che venga approvato, né che, al termine del processo legislativo, la normativa risultante contenga tutte le disposizioni sopraelencate, soprattutto nella maniera in cui ve le abbiamo esposte.

Ma siamo certamente di fronte ad una iniziativa coraggiosa, la prima ad avere un certo peso mediatico a livello europeo dopo l’approvazione della risoluzione UE del 2017 sulla medesima materia. Sarebbe, inoltre, anche la prima a regolamentare in maniera sensibilmente pro-consumatore quello che è il selvaggio far-west relativo alla commercializzazione dei prodotti tecnologici di largo consumo.

C’è da augurarsi che i legislatori nazionali prendano rapidamente ad ispirazione i colleghi transalpini; oltretutto, trovandoci in periodo pre-elettorale, la questione potrebbe almeno sollevare qualche interessante e costruttivo dibattito a favore della creazione di nuovi posti di lavoro nell’ambito del mercato collegato alle catene specializzate nella riparazione di beni tecnologici.