InLaguna Film Festival. Incontro con Filippo Foscarini, regista di Waking Hours
Uno dei due autori (con Federico Cammarata) ci racconta il documentario girato tra la Serbia e l’Ungheria che riprende un gruppo di passeurs afgani, e le scelte stilistiche che si fanno politiche
“Purtroppo Federico (Cammarata) non può essere qui questa sera, perché presenta il film a un festival di Singapore e domani io lo presento a Sassari”, dice Filippo Foscarini dispiaciuto, aggiungendo: “è molto più bello quando siamo in due a presentare il film”, ma la nota positiva è che il documentario sta facendo il giro del mondo.
Waking Hours riprende in maniera inedita, attraverso scorci di luce, la vita di alcuni contrabbandieri di persone migranti. Un’opera, completamente nata dal caso: infatti i due registi si trovano sul fiume Tibisco per fare un documentario naturalistico sull’effimera, un insetto che si riproduce ormai solo su quel fiume per colpa del cambiamento climatico. L’incontro con questi gruppi di smugglers, che aiutano le persone a passare il confine a Subotica durante la notte in cambio di soldi, li ha portati a raccontare questa storia e a passare molto tempo all’interno degli accampamenti di questi clan.
Federico Cammarata si è occupato delle riprese, mentre Filippo Foscarini del suono. Entrambi firmano la regia. Per tutta la parte delle riprese i due ragazzi non hanno avuto supporto da una produzione e si sono esposti a una situazione di pericolo per intraprendere quest’impresa.
Un film che nasce per errore, tuttavia in qualche maniera l’idea del documentario naturalistico è rimasta. Perché era così importante l’aspetto ambientale? Quanto le scelte stilistiche sono dovute al fatto che dovevate girare di notte e quanto sono state decise da voi?
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Il contesto era molto pericoloso, ci sono molte operazioni di polizia di giorno, quindi dovevamo girare di notte per questioni di sicurezza. I ragazzi che abbiamo incontrato ci invitavano a passare del tempo nel loro accampamento. La foresta per noi è diventata una specie di mantello magico dentro il quale proteggerci, ed era così anche per loro: per questo è così presente nel film. L’idea era far vivere allo spettatore quest’ambiente buio e spoglio, per creare un’esperienza immersiva. La foresta è centrale: per tutta la tratta della Rotta Balcanica le persone che intraprendono questo viaggio la percorrono sempre, volevamo evocare l’esperienza di queste persone.
C’era la volontà di scardinare il documentario umanitario che parte dalle storie, che usa la camera a mano. Ci puoi spiegare perché la scelta della macchina fissa?
Io e Federico non abbiamo mai immaginato un film d’azione con riprese in movimento, perché avevamo deciso di non occuparci di persone migranti come fa solitamente il reportage.
Questo cavalletto è stato posizionato grazie all’accoglienza che abbiamo ottenuto dal clan. Questa categoria di persone, i passeurs, che nella retorica sono chiamati trafficanti di esseri umani, ci aveva completamente accolto e abbiamo passato molto tempo con loro, tanto da poter posizionare un treppiedi. Per noi è un atto politico essere riusciti a mettere questo strumento in quel lembo di terra. Volevamo distinguerci dal documentario girato a mano, che ha una retorica in cui tutto viene estremamente drammatizzato e la conseguenza è la spettacolarizzazione del dolore. Il cavalletto è un punto di forza di questo film, che lo distingue dagli altri.
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Dopo 40 minuti di film, l’obiettivo finalmente si avvicina a un volto: un ragazzo afgano che racconta la sua storia. Voi che non parlate le lingue afgane avevate capito che poteva essere la svolta del film?
C’è stato tutto un lavoro di traduzione del film, che ha fatto sì che l’opera venisse quasi scoperta dopo. Io e Federico avevamo paura di non aver girato abbastanza, perché le riprese sono state bloccate per un intervento di respingimento della polizia di Frontex. Il nostro dramma è stato perdere i contatti con quelle persone, che pensiamo siano state detenute in qualche centro di espulsione, per poi essere allontanati dal territorio europeo.
La scena di cui parli è molto più lunga: abbiamo tenuto solo una parte centrale. Avevamo intuito che stava raccontando la sua storia ma non sapevamo quanto fosse seria la discussione, né che si sarebbe aperto così tanto. Quando abbiamo tradotto questo dialogo tra lui e il capo clan, solo in quel momento siamo riusciti a capire quanto fosse importante questa scena, specie per le cose che dice sull’Europa e sul viaggio per arrivarci. Anche perché a noi interessava trovare uno specchio per parlare d’Europa.
L’Europa ha una duplice morale e dipinge queste persone come dei criminali, mentre nel film se ne vede soprattutto la disperazione. Quanto è importante scardinare questi stereotipi, per spingere l’Europa a cambiare le sue politiche migratorie? E in questo senso il buio del film rappresenta anche la finta cecità dell’Europa su questo fenomeno della migrazione illegale?
Sapevamo di essere in un contesto violento, anche se noi non abbiamo assistito a violenze. È importante sottolineare che la prima violenza è la violenza del confine ungherese. Gli smugglers sono una conseguenza della politica che abbiamo creato in Europa, chiudendo i confini e sperando che le persone smettano di muoversi da posti come l’Afghanistan, la Siria o luoghi che hanno condizioni climatiche avverse. Queste persone sono costrette a spostarsi per la guerra e per il cambiamento climatico: questa situazione non cambierà, e se non lo possono fare legalmente, attraverso i canali umanitari, lo faranno illegalmente. Gli smugglers sono una violenza secondaria e una reazione alle politiche europee.
Il buio del film rappresenta anche questo: quello che non vogliamo vedere e la forte strumentalizzazione politica di queste persone. Noi abbiamo incontrato persone che avevano fatto esperienza dell’Europa o che avevano provato a entrarci, ma poi erano state respinte. Non potendo tornare nel loro luogo d’origine (in questo caso l’Afghanistan), preferiscono vivere in questa specie di limbo. Spesso sono ragazzi molto giovani, dai 19 ai 25 anni, che attraverso questo lavoro mantengono le loro famiglie in Afghanistan, dove ora si è reinsediato il regime talebano.
La tratta dei migranti è una macroeconomia criminale gigantesca: le persone vengono mercificate e l’Europa non fa niente, oltre a respingerle.























