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InLaguna Film Festival – Incontro con Virgilio Villoresi, regista di Orfeo

Il regista racconta la sua opera prima nella nostra chiacchierata esclusiva: i segreti della stop motion, il suo amore, che a volte è timore, per Dino Buzzati e i suoi riferimenti cinematografici

Orfeo, presentato alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, è un film che mette al centro Poema a fumetti di Dino Buzzati, ma anche uno sguardo unico su un cinema artigianale, fatto da diversi stili come il found footage, la stop motion e il live action, che esalta una poetica dell’amore e della perdita, anche grazie ai due interpreti, Luca Vergoni e Giulia Maenza.
Il film è passato anche all’InLaguna Film Festival, dove abbiamo incontrato il regista Virgilio Villoresi

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La passione per il cinema gli è nata grazie alle Avventure del Barone di Münchausen di Terry Gilliam, dice: “Rimasi meravigliato da questo film e portai uno a uno i miei parenti al cinema a vederlo. Dopo quella visione decisi di fare cinema.” Senza snobismo dice che la sua carriera nel mondo dei videoclip, dei cortometraggi e degli spot è stata la possibilità di sperimentare e una grandissima scuola. “Orfeo rappresenta la summa di tutto quello che ho appreso in questi 20 anni di carriera.”

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Il film è molto ricco di stili: stop motion, found footage, live action. Ma il lavoro con gli attori? “Con gli attori abbiamo fatto diverse prove; con Luca Vergoni, per una decina di giorni, abbiamo provato quasi tutte le scene del film. Gli ho fatto vedere dei film classici come Le notti bianche di Luchino Visconti e Ritratto di Jennie di William Dieterle; da una parte volevo che lui fosse molto credibile, specie davanti alle creature fantastiche, che ci fosse del realismo. La prima parte del film è un omaggio al cinema classico; anche attraverso il sonoro, abbiamo deciso di non registrare niente in presa diretta, anche i dialoghi, ma doppiarli dopo, in maniera da riprendere l’aspetto sonoro del cinema classico. Abbiamo tenuto leggeri fuori sync che mi piacciono molto.
La parte più difficile è stata la scena di Giacca (una giacca che si muove da sola), che tra l’altro è la prima scena che abbiamo girato, e io imitavo i movimenti della giacca per farlo sentire più a suo agio; per quanto io ci provassi, lui doveva immaginarsi questa creatura, giacca fluttuante. Lui è stato molto bravo a recitare immaginandosi questi personaggi, che non vedeva davanti.
Anche Giulia Maenza è riuscita a mantenere un equilibrio sottile tra una ragazza innamorata, felice e che porta un segreto; il personaggio si rifà all’ultimo canto del cigno, quindi poi ho ripreso il Lago dei cigni nella scena della danza.”

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Un film ricco di stili ma anche di riferimenti cinematografici a David Lynch, Tim Burton, Federico Fellini  specialmente La città delle donne ma anche a Maya Deren, di cui dice: “Mi ha fatto amare il cinema sperimentale”, e all’animazione cecoslovacca e polacca, in particolare Zdeněk Miler, Jan Lenica, Valeria Podborski. “Anche il cinema astratto è stato una grossa fonte d’ispirazione, soprattutto Jordan Belson, che ho citato nella scena caleidoscopica che ho realizzato in modo artigianale con il mio chromatope, strumento ottico del pre-cinema. Poi ovviamente per tutto il film c’è l’ombra di Jean Cocteau, soprattutto da quando Orfeo va nell’aldilà: la scena del corridoio in cui Orfeo guarda nelle serrature è ripresa uguale da Il sangue di un poeta.”

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Alla domanda su cosa ne pensa dell’intelligenza artificiale, storce il naso e dice: “Non ho mai pensato di usarla, io ho questa inclinazione naturale alla meraviglia di fronte ai trucchi artigianali, inoltre voglio il massimo controllo sulla scena. Poi, se si usa l’intelligenza artificiale, è difficile essere originali: i prompt sono tutti uguali ed è quasi impossibile costruire una poetica personale.”

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Si prosegue palando della folgorazione per Poema a fumetti, dice che all’inizio era un po’ intimorito dall’interfacciarsi con un mostro sacro della cultura italiana come Dino Buzzati e che voleva seguire pedissequamente l’opera, ma poi “mentre scrivevo la sceneggiatura e quando iniziavo a fare le scenografie, mi sono accorto che rischiava di diventare un film troppo cartoonesco. Ho iniziato a mettere una componente realistica all’interno degli scenari, a sporcare le texture dei muri, inserire alberi in miniatura che sembrano veri. Mi sembrava più affascinante e seducente. Ho deciso di cambiare delle cose anche a livello narrativo: per esempio l’Orfeo di Buzzati suona la chitarra e canta, invece il mio personaggio è un pianista, perché era più nelle mie corde e mi sembrava più poetico. A un certo punto mi sono sbloccato, per muovermi in una direzione creativa più affine a me e personale; sennò avrei fatto di nuovo un lavoro per commissione. In questo modo, sempre rispettando l’autore, sono riuscito a creare un’opera molto intima.
Ma il film vuole tributare Dino Buzzati come artista e non solo per la sua opera a fumetti: infatti la scena del Cha-cha-cha è tratta dal libro Un amore, e confessa una vera chicca cinefila: “Il brano di Piero Piccioni è presente nel lungometraggio d’esordio di Bernardo Bertolucci, La commare secca.”

Traspare un’evidente gioia e orgoglio dalla sua opera, ma allo stesso tempo racconta la sua esperienza da produttore e la creazione di Fantasmagoria, la casa di produzione che ha fondato, di come è stato difficile avere questo ruolo e far quadrare i conti, ma esprime anche la volontà precisa per cui l’ha fatto: “Ho scelto di aprire la casa di produzione per proteggere e custodire un’idea di cinema che volevo mettere in scena senza nessun tipo di compromessi. Fantasmagoria vorrebbe anche sostenere nuovi registi, giovani talenti che abbiano una visione estremamente originale, che amino la pellicola e l’analogico. Vorrei mantenere una coerenza stilistica come produttore, vorrei fare dei film che c’entrino qualcosa con quello che ho creato fino adesso, una sorta di coerenza estetica e politica.”

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