"Insidious", di James Wan

In ambito horror – ma non solo –  capita molto spesso di trovarsi dinanzi a quelli che si potrebbero definire remake non autorizzati, cioè prodotti camuffati da qualcos’altro: si prenda ad esempio La casa dei 1000 corpi di Rob Zombie, abile variazione sul tema di Non aprite quella porta (con un anno di anticipo rispetto al remake “ufficiale”), oppure Creep – Il chirurgo (dal piccolo cult Non prendete quel metrò, di Gary Sherman). Sotto quest’ottica è molto facile quindi pensare a Insidious come a un libero rifacimento di Poltergeist, o di altri titoli analoghi a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta: di fatto, la premiata ditta James Wan (regista) e Darren Lynn Bousman (sceneggiatore) effettua un’operazione di restyling come già tentato in passato; pertanto si può tranquillamente dire che Insidious sta al filone delle case infestate come il loro precedente Dead Silence stava al cinema dei pupazzi assassini, con la differenza però che nel frattempo il loro rapporto professionale ha vissuto una separazione (con Death Sentence) e, adesso, una felice ricongiunzione che li ha portati a una maturazione produttiva (completamente indipendente) sulla quale è bene riflettere. Fautori di quell’inesauribile gallina dalle uova d’oro che per anni è stata la saga di Saw (dalla quale Wan si è affrancato a partire dal terzo capitolo, rimanendo però in veste di supervisore), i due sembrano continuare nel loro intento di voler reinterpretare gli stilemi dell’horror passato, quello con il quale la loro generazione è cresciuta e ha nutrito la propria passione per il cinema: se con Super 8 J.J. Abrams ha in qualche modo effettuato un’operazione simile, insistendo maggiormente sull’aspetto umanistico e poetico (nonché politico) di quegli anni rivisti col senno di poi, James Wan con Insidious  tenta di rileggere i topoi dell’horror post New Hollywood instaurando un rapporto di complicità con il suo pubblico, partendo da un sottofilone abusato fino all’inverosimile (vedi i vari Paranormal Activity, per esempio) per ripartire da zero. Dalle radici, dalla paura. Una casa, una famiglia, l’irruzione del sovrannaturale: Insidious è un film fatto di elementi basilari, come una porta che sbatte o un’apparizione improvvisa alle spalle. Ma differenza dell’imbarazzante mediocrità di un Balaguerò, è un film che funziona perfettamente a un livello primario, quello cioè di mettere paura: a Wan interessa la funzionalità della messa in scena in relazione a un immaginario che oramai non stupisce più nessuno, perché di case infestate ne abbiamo oramai fin sopra i capelli, e nulla sembra oramai in grado di soprenderci come un tempo. Nonostante questo però, a sorpresa, Insidious spaventa, e soprattutto non sembra insultare l’intelligenza di nessuno; e quando la sequenza della seduta spiritica richiama alla mente l’ottimo e indimenticabile The Changeling di Peter Medak, si capisce benissimo non si può contestare nulla a Wan se non una cosa sola, che poi è il limite maggiore della sua concezione (finora) di cinema: il fermarsi al livello superficiale del genere, senza mai scavare fino in fondo. Accontentarsi cioè di un semplice gioco (per quanto ben condotto), che si limita all’epidermide del genere senza mai portarne alla luce i nervi scoperti: forse è proprio questa la differenza che eleva Super 8 a grandissimo film e riduce Insidious a un discreto prodotto medio. Ma vista la mancanza di rispetto che molti registi dimostrano nei confronti dei generi (in termini di dialettica e consapevolezza del mezzo), quello di James Wan suona quasi come un piccolo regalo per tutti noi, che di cinema respiriamo.

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Titolo originale: id.

Regia: James Wan

Interpreti: Patrick Wilson, Rose Byrne, Ty Simpkins, Lin Shaye

Distribuzione: Filmauro

Durata: 102'

Origine: USA, 2010