Inu-Oh, di Masaaki Yuasa

Una trascinante opera-rock ambientata nell’antico Giappone, che diventa inno alla trasformazione come chiave di volta per interpretare l’identità personale e di genere del mondo. Orizzonti

È un entusiasmo palpabile quello che anima le opere di Masaaki Yuasa e che lo porta in scioltezza a descrivere una realtà perfettamente sua, anche quando il presupposto è decisamente vicino ai fatti della Storia. In questo caso, lo scarto fra cronaca e invenzione è dato dall’aura di mistero che circonda l’eponimo protagonista Inu-Oh. Precursore del teatro No, nella sua forma primigenia del Sarugaki, il cantastorie in questione è infatti esistito davvero, circa 600 anni fa, ma nonostante la fama raggiunta non sono rimaste tracce documentate della sua opera. Yuasa parte così dai capitoli dedicati all’artista presenti nell’Heike Monogatari (poema epico di autore ignoto basato su racconti tramandati oralmente), ambientando la vicenda nel XII secolo della rivalità tra i clan Genji e Heike per il potere sul Giappone.

Due sono anche i narratori della vicenda, introdotta da Tomona, un monaco cieco suonatore di Biwa che inizierà un percorso destinato a trovare il suo culmine (personale e anche fisico) nella conoscenza con Inu-Oh. Quest’ultimo è stato trasformato da una maledizione in un essere deforme e l’unico modo che ha per riguadagnare la sua forma umana è diffondere i racconti perduti degli Heike. Dopo la sconfitta patita dai Genji, infatti, il clan ha visto le sue narrazioni perdute e proibite, perché il loro punto di vista non interferisse con la Storia ufficiale del Giappone imposta dai vincitori.

In tal modo, Inu-Oh si pone come grimaldello atto a scardinare una visione univoca del mondo attraverso la trasformazione quale chiave per comprenderne la complessità. Cambia infatti l’aspetto di Inu-Oh con l’avvicendarsi dei suoi numeri musicali che lo porteranno da mostro a umano: il performer diventa simbolo metaforico di una ricerca d’identità palese nella sua natura transgender, sottolineata dalla voce prestata al personaggio da Avu-chan, celebre frontman genderqueer della rockband nipponica Queen Bee. Similmente Tonoma, sebbene più defilato, va pure incontro a una ridefinizione del suo ruolo, che lo porta a passare da semplice pescatore a monaco fino a chitarrista dal look più androgino. Entrambe le figure centrano così il precipitato fluido di un’opera che alla rievocazione storica unisce la trattazione di tematiche identitarie e dei generi, da sempre care all’autore.

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Yuasa eleva quindi il concetto contaminando la forma stessa della narrazione: aiutato dal design di un altro grande sperimentatore dell’immagine come Taiyo Matsumoto, rinnova il piacere dei corpi filiformi, volutamente sgraziati e molto mobili, unendo animazione classica e stili di carattere più pittorico, con pochi tratti utili a restituire la dimensione soggettiva dei pensieri e delle storie di Tomona – per un possibile paragone si può pensare a certi passaggi con cui Isao Takahata descriveva il Giappone e i sentimenti contrastanti della sua protagonista nel suo capolavoro La storia della principessa splendente.

La presa di posizione anche politica di Yuasa è infatti all’insegna della sintesi. Il film risulta in tal modo aperto a contaminazioni con una certa aura ghibliana: si pensi anche all’incipit “acquatico” in cui Tomona ragazzo perde la vista, quasi una reminiscenza di Conan il ragazzo del futuro. Ma è superato il primo atto che la narrazione letteralmente si incendia, affidandosi ai numeri sempre più spettacolari di Inu-Oh. Ogni performance è unica poiché alla fine l’artista ritroverà una parte umana del suo corpo e scandisce il ritmo di quella che si palesa come una lunga opera-rock. Le canzoni di Inu-Oh, dal sound volutamente a cavallo tra i secoli, dove i liuti si accompagnano alle chitarre, abbattono le barriere temporali, trasformando il film in un’opera avanguardistica e rutilante. E soprattutto cambiano anche il ruolo stesso del performer, che “guida” il pubblico, diventato parte integrante dello spettacolo, in un’ideale circolarità che spezza ancora una volta le dicotomie.

Trascinante e immersa nel connubio di tinte e suoni che Yuasa lascia confluire senza soluzione di continuità, Inu-Oh è insomma un’opera libera, in cui si rinnova il potere espressivo della musica (come in Ride Your Wave), la centralità narrativa della ridefinizione corporea (come in Devilman Crybaby) e il gusto personalissimo di un autore ancora in attesa della consacrazione definitiva nel nostro paese, che speriamo sia consecutiva alla sua presentazione alla Mostra di Venezia, nella sezione Orizzonti.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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