INVIDIA

Beh, invidia per chi ha già visto The road, tratto dal racconto di Cormac McCarthy. Invidia per Cormac McCarthy, che scrive come un dio. Ha poco più di settant’anni e, nella sua vita, ha scritto meno che una quindicina di libri – per lo più romanzi. Dicono che Suttree sia il suo capolavoro: lo pubblicherà, a fine ottobre, Einaudi. Ciò che è stato tradotto in italiano (dodici libri), l’ho letto. E ricordo a fatica qualche titolo. Ma c’è una ragione: quello che crea McCarthy è un mondo compatto, denso, dove non ha importanza da dove arrivi. Stai lì a goderti il magnifico spettacolo di un mondo tridimensionale e sensibile che, piano piano, ti cresce intorno. Ho iniziato a leggere McCarthy partendo da La strada. Poi sono passato a Non è un paese per vecchi– e, lì, basta leggere sei o sette parole per capire di cosa stiamo parlando, della qualità d’una scrittura che riesce a perforare le traduzioni. Per McCarthy valgono tre o quattro temi: la morte, l’amore, la natura, l’amicizia. C’è bisogno d’aggiungere altro? La precisione chirurgica nella scelta dei vocaboli, l’accuratezza delle descrizioni sono impareggiabili. Leggetelo. Ne riparliamo tra un paio di mesi.

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    Mi piace pensare che il fuoco che appare in sogno allo sceriffo Bell nelle ultime pagine di Non è un paese per vecchi, quello che l’uomo a cavallo tiene acceso in un corno, sia lo stesso che l’uomo e il bambino de La strada portano con sé, anche se il cavallo è diventato un vecchio carrello della spesa e la strada in mezzo alle montagne un deserto di cenere. Rimane solo il rapporto tra un padre e suo figlio a rendere sopportabile lo scenario di quella profezia orrenda, eppure proprio per questo il “fuoco” che li lega appare qualcosa di indistruttibile, qualcosa che impedisce di chiudere il libro senza la percezione di una speranza, per quanto confusa nella cenere e nel fango.