Io c’è, di Alessandro Aronadio

La commedia stride dove avrebbe funzionato meglio una scrittura più intima, e non graffia proprio laddove ci si aspettava la bordata. Edoardo Leo deve trattenere la lingua troppo spesso…

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Cristologia di Edoardo Leo all’interno delle traiettorie del cinema italiano “brillante” – oppure passione e resurrezione invocata del cinema italiano attraverso Edoardo Leo? Sempre più chiaramente appare alla luce la tendenza ossessiva dell’interprete-autore verso il martirio del caricarsi sulle spalle intere operazioni filmiche nostrane, in cui puntualmente la propria icona finisce votata al sacrificio, in modo da poter redimere l’intero peccato originale della commedia italiana verso una nuova purezza, trainata dalla faccia onesta e dai modi recitativi accattivanti dell’attore, in grado di tenere insieme un’attitudine da film leggero e smart d’oltreoceano con una romanità importante e riconoscibile quanto biologica, come l’emblematica bottiglia di vino portata dal suo personaggio alla cena del film di Genovese.
Da questo punto di vista, la nuova opera di Aronadio sembra davvero la confessione incontrovertibile con cui Leo, anche tra gli autori della sceneggiatura, vuole svelare questa sorta di gabbia in cui è finito incastrato suo malgrado, per l’appunto da Perfetti Sconosciuti fino per dire alla trilogia con Sibilia, e che di titolo in titolo pare con insistenza vedere in lui il nostro salvatore, quando magari Leo vorrebbe soltanto tornare a un cinema piccolo come il suo straordinario esordio 18 anni dopo. Al meccanismo non sfugge consapevolmente neanche Giuseppe Battiston, chiamato sostanzialmente a recitare monologhi “acuti” a briglia sciolta, col risultato sicuro di chi chiama la scena a sé nello spazio di un paio di inquadrature.

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Insomma, Aronadio vorrebbe riflettere sul grande inganno delle religioni come fossimo in un film di Larry Charles, ma basterebbe l’immancabile voce narrante che assale già le prime immagini dell’incipit (tacendo del siparietto sconfortante con Margherita Buy sugli italiani, Equitalia e le tasse, che segue subito dopo…) per farti capire che il montaggio di rituali assurdi collezionati nelle credenze più varie di tutto il mondo, su cui scorrono i titoli di testa, resterà l’affondo più coraggioso del lotto. E allora Edoardo Leo è lì lì per tirarla fuori, una battutaccia greve in romanesco per vincere il confronto dialettico con le arcigne suore dirimpettaie, ma la chiosa gli resta a mezz’aria, la punch line rimane sospesa nel suo caratteristico farfugliare facendo spallucce, lo sfottò non supera la punta della lingua: “che il Signore sia con voi” “e con il tuo… coso… sì, insomma, quello lì… ci siamo capiti no?” (Per fortuna, ha licenza di volgarità invece l’apparizione miracolosa di Max Bruno, paralitico che si aspetta di tornare a camminare solo per “andare ad Ibiza a scopare”).
E’ un peccato che gli autori decidano di tentare l’arma di questo grottesco trattenuto ed indeciso su tutte le varie anime del film, il risultato stride dove avrebbe funzionato meglio una scrittura più intima, come nel rapporto tra il protagonista e il bel personaggio di Giulia Michelini (a cui tocca malauguratamente un primo appuntamento disastroso), e finisce paradossalmente per non graffiare proprio laddove ci si aspettava la bordata. Ma quel santino con le fattezze angelicate di Edoardo Leo su cui Io c’è si chiude è già pronto per diventare uno sticker sui muri di Roma, o di Cinecittà…

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Regia: Alessandro Aronadio
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelini
Origine: Italia, 2018
Distribuzione: Vision
Durata: 100′

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