"Io credo che il nostro cinema sia anche stato ucciso dal ’68, dal collettivo… quando si aveva la voglia di far parlare e collaborare tutti anche senza un minimo di professionalità" – Conversazione con Sergio Donati

Ci parli dei suoi inizi, sappiamo che lei è uno scrittore prestato al cinema, giusto?

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Effettivamente io ho iniziato con la letteratura di genere, con il romanzo. Scrissi di fila tre gialli che furono pubblicati da Mondadori tra il ’55 e il ’56: “L’Altra Faccia della Luna” , “Il Sepolcro di Carta” e “Mr.Sharkey Torna a Casa”. Il primo lo avevo inviato a Garzanti, adoravo la grafica delle sue copertine rigide, ma mi risposero che pubblicavano solo autori inglesi e americani. Mondadori invece fu entusiasta e dopo poco che avevo inviato il dattiloscritto, mi spedì una lettera Alberto Tedeschi per dirmi, come in una favola, che voleva pubblicare qualcosa di mio nella collana de “il Giallo”. Dopo di che il mio passaggio al cinema è stato assolutamente naturale, già avevo venduto le opzioni per i diritti cinematografici dei miei romanzi che decisi di cambiare lavoro: emigrai a Milano, dove in circa cinque anni, partendo come copywriter e passando per la gavetta di tv producer mi ritrovai supervisore creativo di una grossa agenzia pubblicitaria.

Poi cosa successe? Come tornò a Roma per fare il cinema?

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Avevo già scritto una sceneggiatura per un thriller di Riccardo Freda che non si realizzò mai, poi successe che mi telefonò un giovane assistente regista, allora magro e abbastanza truffaldino, che lavorava a fianco di Mario Bonnard: era Sergio Leone. Mi consigliò di andare a vedere il film “Joyimbo : la Sfida del Samurai” di Akira Kurosawa, mi propose di ricavarci un plot per un western, voleva farne una sorta di remake con colt e praterie selvagge. Un western italiano? Non mi piacque assolutamente l’idea, non considerai nemmeno l’offerta e decisi di negarmi al telefono per un po’ con Leone: fu così che non sceneggiai “Per un Pugno di Dollari”.

Il film, però, ebbe successo. Anche se Leone aveva fatto di tutto per promuoverlo, addirittura facendo opera di convincimento nei confronti di alcuni proprietari di Cinema, perché lo mettessero in seconda visione o non lo cancellassero troppo presto dalla programmazione. Non si aspettava assolutamente di avere un grande successo, di iniziare un vero e proprio genere, pensa che nemmeno aveva preso in considerazione il fatto che Kurosawa e i giapponesi potessero portarlo in tribunale per plagio. Questo accadde, ma segnò anche l’ascesa di Sergio. Lui aveva un contratto col produttore Colombo, un contratto di 10 film a budget contenuto, che ruppe immediatamente dopo il successo del primo film. Poi, mentre preparava il seguito, mi chiese di venire a Roma per scrivere, da “negro” una revisione della sceneggiatura. Infatti parecchie cose, nella sceneggiatura di “Per qualche dollaro in più” sono anche mie: il finale alquanto ironico, con Eastwood che conta i morti in base ai soldi delle taglie e si accorge della mancanza di un uomo, è roba mia.

Ma Leone partì subito dal western o amava anche altri generi? Lei che era uno scrittore di gialli non cercò di orientarlo più verso il thriller o il mistery?

A Leone non dispiaceva fare niente, purché fosse cinema… cinema a modo suo. Nel nostro primo incontro mi disse che aveva un idea: voleva girare un film dell’orrore sulla neve, mi chiese di scrivere un soggetto confessandomi però che tutto si doveva svolgere in un albergo di Sestriere perché il proprietario, un suo amico, gli metteva a disposizione tutto pur di avere qualche avventura con qualche attrice. Questa era la visione della realtà del giovane Sergio Leone, e questo era il motivo per cui all’inizio il cinema mi disgustò al punto di trasferirmi a Milano a fare il pubblicitario. Io scrissi anche un altro thriller, “Rebus” che si doveva girare all’estero, per la sua regia, ma alla fine lo realizzò un altro regista, per problemi con la produzione.

Quando iniziò a firmare le prime sceneggiature con Leone?

All’inizio lui voleva che io imparassi tutto del suo modo di girare. Per “Il buono, il brutto, il cattivo” mi fece passare addirittura dei mesi in moviola per imparare il suo stile di regia. Iniziai ufficialmente col firmare la sceneggiatura di “C’era una Volta il West”, poi anche “Giù la Testa”, ma oramai ero diventato, dopo Vincenzoni, il suo scrittore di fiducia. Passai attraverso tutti i progetti di Sergio. Fosse stato anche assistere al doppiaggio dei film, modificare le battute in quella sede, ma ho sempre lavorato al suo fianco.

Ci parli della realizzazione di “C’era una Volta il West”: magari proprio dal titolo, così evocativo, fiabesco…

E’ sicuramente un film che chiude un discorso: quello western, nella carriera di Leone. Il titolo infatti voleva chiarire, sin dall’inizio, che quello era il capitolo finale di un’epopea. Bellissima la scelta estetica, di Sergio, di utilizzare gli spolverini come abiti del west, nessun film di quel genere li aveva mai utilizzati. Il soggetto fu scritto con la collaborazione di Dario Argento e Bernardo Bertolucci, ma poi in realtà la paternità di quel soggetto è al 90% di Leone. Mi telefonò subito dopo aver finito il soggetto, mi disse: “Questi intellettuali non funzionano!” ed insieme scrivemmo la sceneggiatura del film, credo che i credit parlino chiaro. “C’era una Volta il West” è un film a cui tengo moltissimo, quello in cui sono riuscito maggiormente a comunicare a Sergio come volevo che fossero calibrati i personaggi. Se leggi la sceneggiatura del film vedi come sembri quasi una novellization della pellicola stessa, questo accadeva perché sia Sergio che io avevamo il film già pronto, nella nostra testa, ci bastò semplicemente scriverlo su carta.

Perché, riferendosi ad Argento e Bertolucci, Leone disse: “Questi intellettuali non funzionano”?

Io, dopo aver letto il soggetto, fui d’accordo con Leone nel dire che era troppo rigido, schematico. Fu per una totale divergenza di idee che, alla fine, né Argento né Bertolucci parteciparono alla sceneggiatura del film. Il produttore Bino Cicogna li pagò e la cosa fini lì. La paternità della sceneggiatura della pellicola è mia, senza alcuna ombra di dubbio. Bertolucci, negli anni, ha sempre puntualizzato di aver partecipato alla stesura di un soggetto, ma Dario Argento non ha perso occasione per attribuirsi il credit come sceneggiatore, è una cosa che trovo costantemente nelle edizioni straniere dei DVD del film, in alcuni libri e in maniera esagerata sul web. Cerco, ovviamente, di smentire sempre questa falsa notizia ma sembra che ormai la convinzione di questa appropriazione indebita sia radicata un po’ ovunque, nella testa di Argento in primis. Leone disse quella frase, durante la nostra telefonata, perché evidentemente aveva capito già che cinema avrebbero fatto i due, da registi, Dario Argento avrebbe fatto una serie di thriller visionari e estetizzanti, Bertolucci invece sarebbe stato definito “il regista poeta”. Sergio Leone invece voleva soprattutto che il suo western funzionasse, non tralasciava la poeticità, ma voleva innanzitutto azione.

Poi arrivò “Giù la Testa”

Si, ma debbo confessare che Sergio leone non voleva assolutamente girare quel film. Il primo giorno di riprese fece mettere dietro la MdP Giancarlo Santi, dicendo agli attori che era praticamente come avere lui sul set. Ci fu una lite con Rod Steiger che era l’asso nella manica fornito a Leone dalla major americana di turno. Steiger aveva vinto l’Oscar per “L’Uomo del Banco dei Pegni” di Sidney Lumet e pretendeva assolutamente che dietro la macchina ci fosse Sergio. Addirittura gli disse: “Se tu metti il tuo sostituto a dirigere il film dicendo che è come se avessimo te, io domani chiamo mio cugino e gli faccio imparare le battute per sostituirmi!”. Così Leone si mise finalmente a fare sul serio.

Perché Leone era così reticente? Cosa era successo?

Mah, da “Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo” in poi non si divertiva più. Aveva in mente, forse, di cambiare genere e girava i film con tempi lunghissimi, a volte quasi svogliatamente. Sergio era una “bestia da cinema”, i suoi film possono essere paragonati al tendone del circo… ma era soprattutto un massimalista, una persona che puntava sempre a grandi risultati anche nella vita di tutti i giorni. Il suo più grande sogno è stato sempre quello di girare un remake o dare un seguito a “Via col Vento”, questo perché all’inizio della sua carriera lui aveva iniziato facendo il regista di seconda unità per grosse co-produzioni, era così bravo ed esperto che a volte veniva cacciato per la troppa intraprendenza, film come “Gli Ultimi Giorni di Pompei” sono stati addirittura attribuiti interamente a lui, che invece era solo il regista di seconda unità per Mario Bonnard, ma pensa che anche “Gastone”, sempre di Bonnard, con Alberto Sordi, è stato quasi interamente girato da lui. Come regista aveva, per fame di grandezza, una certa somiglianza con il David Lean di “Lawrence d’Arabia” e “Il Ponte sul Fiume Kwai”.

Con “Giù la Testa” Leone si servì della politica per non fare l’ennesimo western. Juan è il tipico personaggio leoniano, lo “zozzone” dal cuore d’oro e le palle d’acciaio. Io scrissi il suo personaggio su misura per Eli Wallach, Tuco. Per questo ancora oggi non riesco a guardare Steiger senza soffrire un po’. il “mio” personaggio, l’eroe sfigato, è Mallory, l’irlandese

Che avesse già in mente di girare “C’era una Volta in America”?

Si, ma era già dal 1967 che Sergio aveva in mente quel film, ricordo che andai a fare dei sopralluoghi io e poi incredibilmente vidi il progetto slittare di anno in anno. Anche se partecipai a qualche prima stesura di un soggetto, mi tirai fuori da “C’era una Volta in America” perché lo ritenevo un film che non si sarebbe concretizzato sulla lunga distanza. La sceneggiatura è scritta da parecchi nomi, alcuni anche non accreditati, e questo creò un po’ di disagio specialmente al pubblico americano che si trovava davanti un film sulla propria nazione scritto da una sfilza di italiani. Per quello che ne so fu Enrico Medioli a dare un grosso apporto alla stesura finale. Tutto partiva dal romanzo “A Mano Armata” di Harry Grey ma quello era solo il pretesto, il primo tempo del film, tutta la parte finale è invece farina del sacco di Sergio, e si vede. Quando finalmente lo guardai, al cinema, uscii dalla sala convinto di aver visto un capolavoro.

Fu coinvolto anche durante la realizzazione del suo ultimo film sull’assedio di Leningrado?

Certamente, anche questo film era già pronto nella mente di Sergio ed aspettava solamente di essere trasposto nella realtà. Voleva ancora Robert De Niro come protagonista, nei panni di un giornalista americano coinvolto nell’assedio. Voleva mostrare una grandezza superiore a quella di “C’era una Volta in America”. Ricordo che incontrò, a Roma, Michail K. Kalatozov regista russo di “Quando Volano le Cicogne” che allora gestiva la commissione di stato sovietica per la realizzazione dei film e avrebbe potuto dargli un grande appoggio economico. Lo invitò a pranzo insieme al suo bravissimo operatore: Sergej Urusevski, un ragazzone paffuto che nella “La Tenda Rossa”  aveva girato delle splendide sequenze con la MdP “a mano” prima ancora che fosse introdotta la Steady. Al pranzo fui invitato anche io e, prima che i due venissero, Sergio mi domandò come si chiamasse l’ultimo film di Kalatozov, io gli dissi “Quando Volano le Cicogne” e lui mi confidò di non averlo mai visto, ma quando i due russi furono li non esitò a improvvisare: “Dove avete trovato quei bellissimi scenari naturali per il vostro film?”, Kalatozov e Urusevski si guardarono a lungo prima di dirgli che in realtà il film è ambientato in due strade di Mosca alla vigilia della seconda guerra mondiale e che non c’era nessun paesaggio. Sergio ci rimase male ma aveva lavorato di fantasia. Ecco: questo credo che chiarisca meglio di qualsiasi altra cosa che tipo fosse Sergio Leone.

Cosa altro sa di questo mai realizzato progetto?

Sempre con i due russi, a pranzo, inanellò una serie di incredibili gaffe sulla connotazione storica della vicenda. Lui voleva all’inizio mostrare la sua grandezza facendo vedere una incursione di 200 carri armati sovietici, la distruzione completa di Leningrado e la popolazione ridotta a vivere nelle fogne e a mangiare i topi, ma Urusevski che da bambino aveva vissuto sulla sua pelle quell’assedio, gli disse che in realtà furono solo due i carri tedeschi, che una casa era sopravvissuta all’attacco ed era stata fatta monumento nazionale e che in realtà la popolazione non se la passò poi così male. Leone si irritò moltissimo, odiava chi lo contraddiceva anche se questo aveva ragione. Il film non si fece ma era già tutto li, nella mente di Sergio.

Leone era a volte cinico, non c’è nessuno che ha lavorato con lui che non porti addosso qualche ferita inflitta da lui: da Baragli a Morricone. Questo perché lui era arrivato al successo piuttosto tardi e quindi vedeva tutto con un pizzico di pessimismo.

Come mai i suoi tempi di lavorazione divennero così lunghi?

Credo che all’inizio, da “Giù la Testa” in poi, questo suo vezzo sia stata una rappresaglia nei confronti dei produttori che lo avevano “costretto” a girare un simil western. Poi al suo crescente massimalismo si affiancò anche il timore di sbagliare, per cui prese dei tempi biblici per girare alcuni film.

Ma come erano i rapporti con Clint Eastwood?

Eastwood aveva un carattere simile a quello dei personaggi che interpretava sullo schermo. Era burbero, silenzioso e freddo. Leone diceva, quando si infuriava con lui: “Io l’ho creato e io lo distruggo!”. Lo prese con se per il suo primo film western, per una cifra irrisoria, e poi col tempo le sue quotazioni salirono. Intanto Clint imparava un mestiere: il regista, che poi ha dimostrato di saper fare benissimo. Dedicò anche un suo film allo stesso Leone con cui aveva litigato più di una volta, tanto che per “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” lui voleva prendere Charles Bronson ma i produttori americani gli imposero Clint. Ricordo che a New York un dirigente della United Artist litigò clamorosamente con Eastwood, davanti agli occhi miei e di Sergio, perché lui non voleva assolutamente doppiare “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” rispettando i tempi stabiliti dalla major. Fu allora che mi resi conto del perchè gli americani adorano il suono in presa diretta: non sanno assolutamente doppiare un film, in questa tecnica sono indisciplinatissimi.

Quando finì, con lei, la collaborazione fattiva con Leone?

Finì il giorno della sua morte. Avevamo moltissimi progetti, addirittura una serie di telefilm per la RAI dal titolo “Colt” di ambientazione western. Dovevamo girarli con buoni attori, all’epoca parlammo molto, tra una cena e l’altra, con Mickey Rourke, che era in Italia per “San Francesco” della Cavani e Richard Gere che aveva appena finito di girare gli esterni di “King David” in Sardegna. Non se ne fece niente.

Pensavate già alla Tv quindi… è morto prima Sergio Leone o il cinema italiano?

Indubbiamente è morto prima il cinema italiano. Noi già avevamo capito che ormai l’unico mercato internazionale era la Tv. Il cinema nostrano non veniva visto più di buon occhio, per Sergio il problema della critica non esisteva ma quando si rese conto che gli spettatori diffidavano cercò di trovare un nuovo mercato.

Secondo lei perché il nostro cinema è morto?

Ma sicuramente per una sindrome, non per una sola malattia. I fattori sono molti: c’è un fattore industriale, il problema della Tv, l’amministrazione dei fondi pubblici ecc… Comunque non c’è un motivo preciso o una persona a cui dare la colpa. Purtroppo è stato proprio il cinema di genere a farne, per primo, le spese.

Una carenza di idee?

No, una carenza di produttori. Ponti e De Laurentiis se ne andarono negli states lasciandoci in mano a parecchi cialtroni ed incompetenti, Cristaldi morì e la televisione si apprestava a monopolizzare le nostre visioni. Il momento più bello sono stati i mitici anni ’60: lavoravano tutti, in una armonia perfetta, poi dagli anni ’80 in poi siamo andati alla deriva.

Lei che fa attualmente, come si è “salvato”?

Ho scritto molta fiction televisiva, soprattutto miniserie in due episodi, che con le coproduzioni erano l’unica possibilità di fare ancora grande spettacolo internazionale e avere, come mi è capitato, attori come Burt Lancaster, Ben Kingsley, Andie Mac Dowell. Per il mercato nazionale ho scritto tra l’altro la serie di “Un Cane Sciolto” che ha lanciato sul piccolo schermo Sergio Castellitto. Ma il cinema è sempre il mio primo amore, di recente ho scritto “Almost Blue” dal romanzo di Carlo Lucarelli con un Alex Infascelli quasi esordiente alla regia. Il risultato è stato molto buono, la critica e il pubblico ci ha premiati e credo che non sia poco visto che proporre un thriller oggi come oggi, in Italia, è una cosa davvero proibitiva. Fummo invitati a Cannes e vincemmo un David di Donatello contro ogni aspettativa.

Come è stata la collaborazione con Infascelli?

Ottima, Alex è un ragazzo un po’ indisciplinato ma pieno di talento. Basta sentirlo parlare per due minuti che già ci si rende conto delle sue capacità.

Cosa ne pensa dell’attuale panorama cinematografico italiano, cosa è che non le piace?

Non amo i film intimisti o le commediole da quattro soldi. Anche la “commedia all’italiana” è morta: oggi non c’è regista che valga la metà di un Germi, un Monicelli, un Risi. Per il resto, non voglio fare nomi. Io credo che il nostro cinema sia anche stato ucciso dal ’68, dal collettivo… quando si aveva la voglia di far parlare e collaborare tutti anche senza un minimo di professionalità.

…e della Tv?

Ci sono dei buoni prodotti ma per il resto siamo nella pura degenerazione. Quando tornai dall’America poco tempo fa mi ritrovai sulla RAI una sceneggiato come “Orgoglio” che è di una rarissima bruttezza. Per non parlare dei reality show che rappresentano quanto pattume ci sia in giro, non penso soltanto al “Grande Fratello” ma a finte realtà quali la taroccatissima love story tra Costantino e Alessandra, propinataci dall’abile team Costanzo-Maria De Filippi: un vero orrore.

Pensa che potremmo avere una rinascita in campo cinematografico?

Ormai siamo stati colonizzati dagli States. E inoltre il costo della produzione dei film è aumentato, non reggiamo più il passo. Quando io facevo i miei film con Sergio Leone la cosa era incredibilmente capovolta: erano gli americani che cercavano in tutti i modi di imitare Sergio, e non ci sono mai riusciti. Oggi come oggi un film del calibro di “C’era una Volta il West” è inserito, in una prestigiosa collana di DVD allegati a una rivista come “L’Espresso”, nei film del cinema americano. Questo perché quelli della mia generazione si sono sentiti vicinissimi agli States, dopo la fine del fascismo siamo cresciuti con i film western e i romanzi americani che la cultura del ventennio ci aveva negato, per cui abbiamo costruito film di matrice puramente americana.

Sicuramente uno spettatore, che deve scegliere se spendere una manciata di euro per il biglietto di un film intimista italiano o di un colossal americano sceglie di sicuro il secondo. La colpa è anche di alcune emittenti, di alcuni TG, che annunciano film italiani come se fossero dei capolavori e poi magari scontentano il pubblico. La fiducia nei nostri prodotti non c’è più.

Potremmo provare la strada del Dogma di Von Trier…?

Si, potrebbe essere una alternativa, staremo a vedere. Ma Von Trier è un regista che crea il Dogma ma poi fa i film sempre secondo le sue esigenze, vorrei tanto sapere come andrà “Dogville” in America… In realtà noi dovremmo riprendere la buona abitudine delle seconde visioni, del passaparola per guadagnare qualcosa in più (la stima nei confronti del pubblico?) e magari rinascere.

Con la Tv, quindi non si va da nessuna parte?

No, anche se i presupposti erano buoni, la Tv che però si faceva anni fa era qualitativamente superiore a qualsiasi reality o qualsiasi “Carabinieri”, fatto di veline che si inventano attrici e di fotografie piatte e solari. Sono ambienti piccoli in cui non mi sono mai voluto calare… io, come Sergio Leone, sono un massimalista!

LINK

http://www.mclink.it/personal/MC8574/index.html

il sito di Sergio Donati

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