Io, me & Irene, di Peter e Bobby Farrelly

Sempre sull’orlo di una demenzialità triste il cinema dei fratelli Farrelly. Ancora una commedia senza ritmo, che vive di cortocircuiti corporei (Scemo & + scemo) o su una calcolata commistione tra satira e un humour dichiaratamente basso (lo spregevoleTutti pazzi per Mary). Dentro Io, me & Irene però c’è un’affascinante forza nascosta, messa in moto dai continui movimenti centrifughi del corpo di Jim Carrey che si allargano anche e condizionano altri personaggi. Opera di improvvisi risvegli (la tranquillità e la pacatezza di Charlie, il poliziotto di Rhode Island che si sdoppia nel personaggio di Hank, suo alter ego irascibile, violento e volgare), in un gioco continuo di scampio di ruoli, in cui Carrey fa faticosamente convivere nel proprio corpo Jekyll e Hyde, riuscendo a contorcersi incredibilmente per materializzare visivamente il loro scontro, il loro contrasto. Io, me & Irene manca certamente di una sua compattezza, soprattutto in quel pallido intrigo poliziesco che si nasconde dietro l’estremismo nel comico dei fratelli Farrelly. Ma questa mancanza di compattezza deriva proprio dalla potenza di Jim Carrey che si abbatte come un ciclone suoi luoghi e sugli altri personaggi, che è capace di coprire il campo visivo da solo, di riempire da solo la singola immagine. Un attore unico in scena. Tutti gli altri interpreti sembrano essere completamente succubi e più dipendenti dal carisma dell’attore che dalla consistenza del personaggio da lui interpretato. La stessa Renée Zellweger, una delle attrici statunitensi più brave e originali (rivelatasi con Jerry Maguire e La voce dell’amore>) che riesce ogni volta a lasciare i propri segni in un film, questa volta è completamente imbambolata da Carrey e sembra seguirlo come stordita, quasi per inerzia, inconsciamente contenta di lasciarsi trascinare con lui in un vortice senza tregua. Carrey ha una comicità che possiede un cinismo elettrizzante che ben si allinea col cinema dei fratelli Farrelly. Riesce a combinare una rabbia tutta moderna – il bambino non più complice dell’eroe comico, come spesso accadeva nel muto, bensì un rivale (Hank che prende la testa della ragazzina lagnosa e la mette di forza dentro la fontana, il confronto/scontro visivo con il bambino con gli occhiali dentro il bar) – con un disagio tra lui e l’oggetto degno di Buster Keaton (la lotta con il distributore automatico di Coca Cola) e ogni volta riesce a instaurare un contatto, una sfida con qualunque cosa si trovi davanti – il poliziotto che spara a una mucca per strada pensando di aiutarla a morire, mentre l’animale sta solo dormendo, ancora un rapporto quasi keatoniano (Io e la vacca) – pensando che ogni corpo, ogni, oggetto, ogni ostacolo, possa frenare la sua irresistibile corsa verso/senza direzione. Certamente i fratelli Farrelly hanno saputo creare il film capace di servire in pieno Jim Carrey, con alcuni personaggi secondari davvero azzeccati dai tre figli di colore all’enigmatico “Mozzarella”. Con tutti i suoi difetti e con tutti i suoi pregi. Dietro non c’è certamente una scrittura dinamica, serrata, ma piuttosto dialoghi e situazioni che si alternano continiamente tra l’eccessol vuoto, e in cui resta comunque una delle dichiarazioni d’amore più belle e romantiche dell’anno: un aereo che vola che porta con se la scritta “Vuoi sposarmi, troia?”
Titolo originale: Me, Myself & Irene
Regia: Peter e Bobby Farrelly
Sceneggiatura: Peter e Bobby Farrelly, Mike Cerrone
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Fotografia: Mark Irwin
Montaggio: Christopher Greenbury
Musica: Lee Scott, Tom Wolf, Pete Yorn
Scenografia: Sidney J. Bartholomew jr.
Costumi: Pamela Whiters
Interpreti: Jim Carrey (Charlie Baileygates/Hank), Renée Zellweger (Irene P. Waters), Anthony Anderson (Jamaal), Mongo Brownlee (Lee Harvey), Jerod Mixon (Shonte jr.), Chris Cooper (tenente Gerke), Michael Bowman (Whitey/Casper), Richard Jenkins (agente FBI)
Produzione: Peter e Bobby Farrelly, Bradley Thomas per 20th Century
Fox/Conundrum Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 116′

Origine: Usa, 2000