Io rimango qui, di André Erkau

Un road movie sentimentale sulla vita, l’amore e la malattia, per provare a dimenticare la fine in arrivo attraverso una fuga indimenticabile sulla strada. Dal romanzo di Frank Pape

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Non ci sono risposte abbastanza rassicuranti sulla morte, tranne l’oblio, un’occhiata fugace prima di abbassare lo sguardo sulla consapevolezza dell’inevitabile. Steffi (Sinje Irslinger) ha sedici anni, è in procinto di entrare in polizia, e scopre di avere un cancro incurabile. Ha le ore contate, e troppe cose ancora da fare, e quello sguardo decide di tenerlo invece alto. Ed il poco tempo rimasto di utilizzarlo per un viaggio a Parigi, dove sogna di andare insieme al suo fidanzatino Fabian (Jonas Holdenrieder), per realizzare finalmente il loro sogno romantico, tanto agognato nei sospiri dell’adolescenza, durante la gita scolastica di fine anno. Ma l’intransigenza dei genitori nel farla partire, preoccupati di farle iniziare presto una cura, le impedisce di andare con gli amici. Quando tutto sembra saltato entra in scena Steve (Max Hubacher), l’aria del ragazzo cattivo, qualche delusione sulle spalle, e soprattutto l’ombra destabilizzante di una madre morta giovane, che senza pensarci troppo si offre di portarla in Francia con un pickup.

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Basato su una storia vera che poi sarà al centro del best seller omonimo scritto da Frank Pape, il padre di Steffi, il film vive in quel frangente, nei luoghi attraversati, nelle persone incontrate, e tutto si trasforma in un simbolo, tutto prende significato lungo quelle strade. L’indifferenza innocente di una sedicenne viene stravolta e costretta a catturare ogni istante, ogni respiro come fosse l’ultimo, e come se nascondesse il segreto dell’esistenza in un quotidiano ripetere del gesto banale. L’arco narrativo segue ovviamente delle scorciatoie, condensa i momenti più belli, la vista dell’Oceano e le sbronze salutari, gli inevitabili imprevisti, i litigi, le amicizie nate dal niente ma subito diventate importantissime grazie ad un consiglio disinteressato. Sulle tracce di Steffi ci sono i genitori, la madre Heike Makatsch e il padre Til Schweiger, inizialmente preoccupatissimi, poi parte di un disegno sempre più condiscendente. Nel processo di crescita furioso, alcune cose assumeranno maggior valore, alcune altre troveranno altra collocazione, alcune svaniranno nel nulla da cui erano apparse.

La linea seguita da André Erkau è molto diversa dal cancer movie americano, come ad esempio in Cosa mi lasci di te, dove la malattia entra in maniera prepotente sullo schermo, resta su un tono abbastanza asciutto di dolore evitando i sintomi di un imminente collasso fisico, rinuncia al racconto melodrammatico gonfiato da dosi di disperazione, per affermare alcuni valori non barattabili, il bisogno di una carezza, il bisogno di affetto e di amore. Nel registro della scoperta del male finiscono le reazioni dei personaggi, le loro espressioni sprovvedute dall’impotenza, la necessità ed il desiderio di scrivere ancora qualche pagina di felicità sopra un destino segnato dal dolore. Il discorso della fine trova piuttosto una marginale disputa di carattere religioso, implicita sin dal titolo originale Gott, du kannst ein Arsch sein! (tradotto letteralmente Dio, puoi essere un asino), che poi diventerà un tatuaggio, e favorita dal lavoro del padre di Steffi come pastore. Se tutto sommato la linea narrativa è plausibile, meno accurata è la linea visiva, gestita in maniera semplicemente ordinaria quanto la parte sonora.

Titolo originale: Gott, du kannst ein Arsch sein!
Regia: André Erkau
Interpreti: Sinje Irslinger, Max Hubacher, Heike Makatsch, Til Schweiger, Jürgen Vogel, Jasmin Gerat, Benno Fürmann
Distribuzione: Notorious Pictures
Durata: 98′
Origine: Germania, 2020

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (8 voti)
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