Io sto bene, di Donato Rotunno

Una storia che dialoga tra passato e presente: due generazioni diverse che si confrontano su un futuro comune. Fuori concorso ad Alice nella città

“Per l’indagine storica il dato non sono le cose passate, giacché esse sono passate, bensì quanto di esse nello hinc et nunc non è ancora tramontato”. Droysen

Non è certo un’indagine storica quella che Donato Rotunno mette in scena in Io sto bene, presentato fuori concorso ad Alice nella città. Le rivoluzioni sociali e culturali sono anzi lasciate sotto traccia in fugaci apparizioni in forma di filmati, immagini e atmosfere che danno un peso al tempo che passa. C’è però una volontà precisa di far dialogare il passato con il presente, di elaborare un pensiero concreto che vada in direzione di un discorso sull’identità e sulla coscienza, essa sì, storica.

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Antonio, Vito e Giuseppe sono tre amici nati e cresciuti in Puglia che alla fine degli anni ’60 lasciano il paese a causa delle difficoltà economiche. A Lussemburgo Antonio conosce Mady con la quale costruirà una vita insieme. Molti anni dopo, ormai invecchiato, incontra Leo, una ragazza italiana che gira l’Europa sognando di diventare una grande artista.

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Il corpo di Renato Carpentieri, con il suo respiro affannoso che traduce un dolore con cui il suo personaggio deve convivere, e quello di Sara Serraiocco, che porta già dentro una (ri)nascita, un movimento di trasformazione, rappresentano bene questa tensione esistenziale che li spingerà entrambi ad andare avanti dopo un confronto prima di tutto con se stessi: da una parte con un desiderio più o meno forte che li richiama verso casa; dall’altra con la prospettiva di un futuro aperto e moderno che ha solo bisogno di una bussola per essere tarato.

Non ci sono scelte giuste o sbagliate e questa libertà d’azione è un po’ il respiro di una storia che cerca continue conferme in una dialettica formale più che di contenuti, che salta cioè da un’epoca all’altra e da una generazione all’altra senza restituire quel senso di coralità, di racconto che si fa forte proprio in virtù di un’esperienza condivisa, di un insieme di valori che trascinano lo spettatore al centro e che lo rendono compartecipe.

Rotunno, autore della sceneggiatura, prosegue idealmente la ricerca iniziata nel documentario Terra mia terra nostra in cui si interrogava in prima persona sulle sue origini – nasce a Lussemburgo da genitori emigrati dall’Italia – e sul significato di appartenenza a una comunità che comporta necessariamente una contaminazione, anche di lingue; temi questi che continuano a essere vivi e presenti in Io sto bene, e non è un caso che entrambe le opere siano pensate come un dittico che è impossibile da sciogliere. “Io sto bene io sto male, io non so come stare” dice la canzone di Angela Baraldi e Massimo Zamboni (ex CCCP e poi CSI) al quale si devono le musiche originali, che esplodono in maniera chiassosa su immagini stroboscopiche suggerendo la frequenza piena e autentica di quel tumulto interiore che appartiene ai giovani di oggi come ai tanti di ieri, che magari hanno deciso di non tornare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (18 voti)
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