IONOI, di Nico Vascellari

Il racconto del Guerrilla Tour dei Ninos Du Brasil è un documentario curato ma eccessivamente rigido e rassicurante. E allora i suoi momenti migliori sono quelli che mandano in mille pezzi il quadro

Tra Marzo ed Aprile del 2021, Nico Vascellari, che con Nicolò Fortuni forma il duo dance Ninos Du Brasil, ha organizzato IONOI, un Guerrilla Tour lungo venti giorni che ha visto il gruppo suonare nelle case di sconosciuti, ogni sera in una regione diversa. IONOI, il film omonimo diretto dallo stesso Vascellari, è il racconto del progetto ma è anche un’opera percorsa da una serie di pericolosi sfasamenti. Il documentario pare infatti un progetto fuori dal tempo e dallo spazio, dominato dalle forme mediali del primo lockdown (ma è passato un anno, un’eternità per narrazioni di questo tipo) ed in cui a essere centrale è la riflessione sulla casa come rifugio, più che sulla dimensione esperienziale del concerto in questo spazio di confine. IONOI è dunque un doc bloccato in un ipotetico marzo 2020 in cui gli spazi culturali non hanno subito (ancora?) un cambiamento epocale.

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Ma dopotutto lo dice lo stesso Vascellari in una delle ultime sequenze: “Questa è la normalità”, quella della pandemia, non quella della ripartenza. Il documentario si muove dunque in uno spazio puntellato da relitti mediali che non sanno di esserlo: inizia come un vlog anarchico ma si stabilizza su una fredda sintassi tra l’inchiesta e l’infotainment, in cui agli aggiornamenti sui lavori del tour si contrappongono interviste a coloro nelle cui case il gruppo andrà a suonare, che, in rigoroso setup frontale, rievocano la tragedia del covid. Si parla tanto, in IONOI e malgrado ogni testimonianza sia sempre a fuoco (illuminante, tra l’altro, quella di Romeo Castellucci, improvvisa ma provvidenziale Talking Head) , nessuno dei performer pare chiedersi mai come cambierà il suo ruolo in futuro.

Per i Ninos Du Brasil tutto, in effetti, deve cambiare per rimanere com’è ed il documentario è la testimonianza dei loro sforzi di continuare a fare esattamente ciò che facevano prima della pandemia.

Ma è come nascondere la polvere sotto al tappeto. Alla lunga IONOI diventa un insieme di sequenze ripetitive, di continui carichi e scarichi di strumenti, di eterni viaggi, di montaggi e smontaggi, di performance dal vivo in cui nulla pare cambiato rispetto a prima. E allora, gradualmente, lo sguardo si abitua alla pulizia della costruzione, alla cura nell’organizzazione del progetto e l’attenzione viene stimolata da tutto ciò che spezza il quadro perfetto, istituzionale ma straniante di IONOI. Il bimbo che balla durante la performance, lo spettatore che manovra i riflettori, l’incidente all’occhio di Vascellari, il vertiginoso montaggio psichedelico che rompe all’improvviso le immagini, sono aperture su infiniti altri film, almeno alcuni, forse, un po’ più coinvolgenti e meno “rassicuranti” di IONOI.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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