Is This Thing On? – il cinema e lo spirito della stand-up
L’uscita di È l’ultima battuta? di Bradley Cooper sottolinea che la stand up è lo specchio più universale di un mondo in costante cambiamento. Ma forse qualcun altro lo ha fatto meglio?
Con l’uscita di È l’ultima battuta? nelle sale, Bradley Cooper sembra volerci ricordare l’anima della stand-up comedy: il palco come specchio, come strumento di confronto con noi stessi (spettatori) e loro stessi (comici), di autoregolazione se vogliamo. Una “seduta psicanalitica”, scrive Federico Chiacchiari nella recensione del film. Sì, perchè salire su un palco e mettersi a nudo davanti a un pubblico per far ridere è il nocciolo della comicità contemporanea, niente ci diverte di più di pensare che non stiamo ridendo di noi stessi, ma sempre di qualcun altro. Ma, invero, non è sempre stato così. I comici dal dopoguerra in poi costruivano meticolosamente per presentarsi a una serata, non tanto lo spettacolo in sé ma la vita che raccontavano. Allargando, ciò che davvero la contemporaneità ci ha tolto sono le strutture (come i confini personali), e la comicità forse è il microcosmo dove la dissoluzione è più evidente. Con i sistemi produttivi in costante cambiamento e l’avvento di internet e dell’era metamodernista, vediamo come l’ascesa della stand-up ha incontrato la storia del cinema nel linguaggio come nei contenuti, in alcuni passaggi significativi.
Il primo snodo è lo straordinario Lenny di Bob Fosse, biopic sul comico Lenny Bruce (Dustin Hoffman) che nel 1974, prima di All That Jazz – Lo spettacolo comincia, già incanalava l’incontenibile spirito ribelle del regista. Ma altrettanto ribelle fu Bruce, volto della controcultura, che nei suoi spettacoli scioglieva i confini della sfera personale e la lasciava mescolarsi con la finzione, permettendo a Fosse di costruire una narrazione non lineare che ne intrecciasse i parallelismi. Seguendo questo ritmo, il film attraversa a tutta velocità i suoi episodi di infedeltà, abuso di sostanze e persecuzione per i suoi monologhi, in base alle leggi sull’oscenità degli anni ’50 e ’60. Lenny si fa testimonianza precoce del futuro della comicità, di quel sottilissimo confine tra l’immaginazione e la prostituzione del dolore, e della nostra accettazione del male solo se ci strappa un sorriso.
Anche in Re per una notte di Martin Scorsese, quel meravigliosamente acido, infantile Rupert Pupkin (ad oggi ancora tra le migliori prove attoriali di Robert De Niro) era letteralmente lo “scemo del villaggio” in una New York spietata e ipertrofica: scomodo e asincrono rispetto al luogo e al tempo in cui è inserito, gli viene continuamente negata la possibilità di esibirsi, finché non decide di rapire il conduttore di un celebre talk show, Jerry Langford (Jerry Lewis), per catturare l’attenzione nazionale. Da lì segue un monologo di apertura che chiede al pubblico di riflettere su cosa serva affinché il talento venga riconosciuto, e se il fine delle nostre azioni giustifichi mai i mezzi.
Se la tenebrosa riflessione di Pupkin è poi sfociata nel nichilismo di Joker, e soprattutto se Joker: Folie à Deux più che un sequel è tutt’altra storia non è un caso. Non solo: perché se tra il primo e il secondo passano decenni e tra il secondo e il terzo una manciata di anni è solo un altro sintomo dell’accelerazione sociale folle in cui siamo immersi. Se Pupkin premoniva il futuro, i due capitoli del Joker Todd Phillips lo hanno manifestato con un’oscurità incontenibile, ma alleggerita da delle fiammate musical che cozzano solo in apparenza, perché in realtà raccontano di come l’umorismo contemporaneo sia equamente in mano a disperazione e speranza: quella sfiducia centrale sembra lasciare il passo con piacere a un entusiasmo appassionato, quasi utopistico.
In fondo, per la stand-up (e per la comicità in generale) è solo una leggera variazione dettata dai tempi. Parliamo di un genere di comicità che ha sempre (ac)colto le contraddizioni spirituali della società, rielaborandole in materiale per auto-alimentarsi.
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E in questo quadro trovano sempre più spazio le donne, storicamente considerate le “nemiche numero 1” e affossate dall’industria. Salvo Phyllis Diller e Joan Rivers, di rado abbiamo sentito nomi femminili emergere nella cacofonia generale della scena. Eppure, di recente il trend è stato interrotto da Taylor Tomlinson e dai suoi quattro speciali Netflix (ormai meta ultima della stand-up) a soli 32 anni, ma soprattutto dalla dirompente La fantastica signora Maisel di Amy Sherman-Palladino, la mente dietro a Gilmore Girls. Nella serie, la protagonista Midge (Rachel Brosnahan) viene tradita da suo marito, mandando in frantumi la vita perfetta che si era costruita e forzandola ad aprire gli occhi sul mondo che aveva sempre attraversato con noncuranza. Nello shock, la stand-up diventa la sua nuova vocazione, ed ecco, quindi, che quest’ultima torna a manifestarsi come specchio per guardarsi dentro e per riscoprire quel lato di sé che lei stessa aveva soffocato da giovane.
Il suo viaggio spirituale finisce per coinvolgere anche le persone che la circondano, stravolgendo la loro esistenza e riesumando la persona che erano prima di arrendersi al flusso delle loro vite. Nella sua migliore versione, la stand-up dovrebbe forse porsi questo obiettivo, soprattutto oggi. Non svuotarsi, non cavalcare l’ondata di nichilismo, ma raccogliere le sofferenze personali e renderle specchio per il mondo, per le persone.
Qui può e deve aiutare il cinema. In fondo, cos’altro è se non un intento di collettivizzare il dolore, di uscirne tutti insieme?


























