Isla Fisher, il corpo slapstick

Isla Fisher BacheloretteIsla Fisher Bachelorette

Isla Fisher, con una sola performance da protagonista al suo attivo, è un'anomalia nel panorama hollywoodiano, più a suo agio nei piccoli ruoli, a fare la spalla, permettendosi il lusso di scomparire nei personaggi. E di buttarsi nella commedia con un impatto fisico che rivela un corpo insospettabilmente slapstick

 

isla fisher wedding crashersNon c’è dubbio che la carriera cinematografica di Isla Fisher sia scandita dalla commedia e soprattutto dall’istituzione più topica del genere, il matrimonio.

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Il fil rouge delle nozze, dalla proposta  al tragitto tortuoso verso l’altare costella infatti anche il percorso attoriale di questa rossa di origini scozzesi cresciuta in Australia, che attraversa il genere della commedia nelle sue infinite modulazioni: dagli equivoci del primo ruolo un po' importante, quello della scatenata e capricciosa Gloria, capace di ridurre alla monogamia lo scapolo impenitente Vince Vaughn in 2 single a nozze, al romanticismo nostalgico di Certamente, forse per approdare al sarcasmo acido di The Wedding Party, dove assieme all’algida e feroce Kirsten Dunst e a una incontenibile Lizzy Kaplan dà vita a un trio di damigelle fuori dai ranghi per un addio al nubilato all’insegna della scorrettezza, tra sesso, alcool, droga.

 

isla fisher definitely maybeUna notte da leonesse che, richiamandosi alla lezione di Todd Phillips, impone alle sue interpreti quell’impatto prima di tutto fisico che è uno dei caratteri più evidenti di Isla, corpo insospettabilmente slapstick, in grado di reggere intere sequenze di una comicità “d’azione”, incline all’improvvisazione e alla deformazione grottesca, come mostra senza timore in I love shopping, (dove si confronta con uno specialista del matrimonio come PJ Hogan, autore di Le nozze di Muriel e Il matrimonio del mio migliore amico) sorta di Sex and the city interamente focalizzato sulla dipendenza dalla moda.
Qui la Fisher si butta anima e corpo in scene di guerriglia urbana all’ultima griffe, deformando e ridicolizzando l’immagine di fashion victim  del suo personaggio e la sua stessa maschera d’attrice. 

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Senza timore di imbruttirsi o deridersi affronta il suo primo – e finora unico – ruolo da protagonista gettandosi su tavoli, dando testate, inciampando, buttandosi in mezzo a risse, trasformando attraverso il suo corpo una commedia dallo spunto sociologico ma dal prevedibile esito sentimentale in una comica di Mack Sennett modellata sulle nevrosi metropolitane del nuovo millennio.

 

Certo sembra strano che in un sistema come quello hollywoodiano, sempre in cerca di nuove star da dare in pasto al mercato, un’attrice da tempo su piazza abbia al suo attivo una sola perfomance da prima donna. Ma Isla Fisher pare più a suo agio nei piccoli ruoli, a fare da spalla, tanto sullo schermo – nel citato cliché della damigella – quanto nella vita, moglie dell’ingombrante Sasha Baron Cohen, comico trasformista da Ali G a Borat. E in effetti ciò che colpisce maggiormente in lei è la sua capacità di scomparire nei personaggi, di essere sempre sul punto di diventare celebre senza superare mai il limite – pericoloso – da interprete a diva, congelata quindi nei tratti, nelle sembianze e nelle tipologie di ruolo.

 

isla fisher burke & hareIl suo stesso aspetto è costantemente mutevole,  in grado, nel giro di pochi chilogrammi, di farsi minuto o procace aderendo così a una diversa femminilità. Sempre fresca e giovane come la deliziosa April di Definitely Maybe, addetta alle fotocopie durante la campagna elettorale di Clinton nella New York del 1992, che ascoltava i Nirvana di Nevermind sognando viaggi e rassegnandosi ad essere dolce amica del protagonista Ryan Reynolds, salvo poi ottenere il suo lieto fine; o come la Ginny di Burke & Hare – Ladri di cadaveri, dove John Landis valorizza questa sua irresistibile duplicità, l’essere sempre sensuale e infantile.

Le basta un monologo dal Macbeth shakespeariano recitato in una bettola popolata da squattrinati e prostitute per imporsi nel film, passando metaforicamente “dall’altare alla bara”, catapultata nella Scozia del XIX secolo a misurarsi con la commedia nera in un cast maschile all star, dal duo protagonista Simon Pegg-Andy Serkis alle presenze “pesanti” di Tom Wilkinson e Tim Curry.

 

Nel 2013 la aspetta il set più importante: sarà Myrtle Wilson nella spettacolare e imponente versione 3D di The Great Gatsby di Baz Luhrmann, dove ancora una volta è chiamata a dar vita a un personaggio secondario eppure chiave. Nei pochi frammenti già veicolati dalla rete e dalle foto di scena la Fisher mostra una nuova fisicità, più piena e volgare, in linea con l’animalità istintiva del personaggio romanzesco, che fa perdere la testa al borghese Tom Buchanan, tutta giocata in opposizione a quella eterea della protagonista, la Daisy di Carey Mulligan. Gatsby diventa allora la prova del nove per il futuro d’attrice Isla Fisher, se riuscirà a diventare la donna da portare all’altare o se rimarrà una – pur sempre deliziosa – damigella d’onore.

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