iSola, di Elisa Fuksas

I dubbi sui film precedenti di Elisa Fuksas, l’esordio Nina e il cyber-thriller The App su Netflix (più una serie di doc in vari formati) erano sostanzialmente incentrati sull’eccessivo trattamento estetizzante che la regista applicava alle proprie immagini: armata solo di un iphone, questa volta l’autrice butta giù l’intera impalcatura delle sue opere precedenti e si restituisce allo spettatore, è il caso di dirlo, senza filtri, no filter. In questa maniera, il diario di quarantena di Fuksas (per alcuni versi più vicino a Sportin’ Life di Abel Ferrara, il quale recitava in The App, che a Molecole) si rivela in grado anche di suggerire un punto di vista poco indagato nel canone, comunque qui fedelmente riproposto, di schiuma dei giorni in quarantena ripresa in diretta, monitor dentro monitor di videochiamate e bacheche, passeggiate per Roma deserta, vedute dal balcone, fughe fuori porta, riflessioni esistenziali più o meno banali generosamente affidate al registratore-confessionale.

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L’arco temporale copre il periodo che va dal battesimo da adulta della regista, all’operazione per un tumore alla tiroide che deve affrontare un anno dopo, nello stesso giorno in cui ricorre l’anniversario del sacramento, con l’Italia in piena pandemia, fino ad un pellegrinaggio finale in solitaria lungo l’Ardeatina fino al santuario del Divino Amore.

Quello che veramente colpisce non è il percorso nella Fede che Fuksas deve compiere per affidarsi all’operazione chirurgica e insieme non dubitare del Papa in tv che invoca l’intervento divino contro il virus; ma quanto la constatazione, a cui giunge la stessa autrice nelle prime battute del film, che l’unica entità, umana o meno, in cui la donna ripone fiducia assoluta sia proprio l’obiettivo dello smartphone (fatta salva forse la cagnetta Stella). Fuksas rovescia così un certo innegabile narcisismo esibito nella concezione della fotocamera come specchio, subito negata nonostante alcuni istanti di messa a nudo anche letterale lambiscano alla lontana il vertiginoso Scarlet Diva, e racconta della connessione oramai inscindibile tra sguardo e dispositivo mobile, presenza inseparabile dei mesi pre e post-operatori che affastella filmati di situazioni anche accessorie, dovessimo davvero ragionare di economia dell’opera, come le visite dal veterinario o le pulizie di casa. Tanto che, a lockdown revocato, la preoccupazione principale della regista è quella di riuscire o meno a sopravvivere al di fuori del telefono, mentre raggiunge i genitori nella loro tenuta in campagna.
In quest’ottica la vera presa di coscienza di iSola non è davvero spirituale e forse neanche troppo esistenziale (aveva ragione quello striscione fotografato a marzo che diceva la romanticizzazione della quarantena è un privilegio di classe…), quanto linguistica: in questo 2020 abbiamo operato tutti la nostra voce, e scoperto nuovi modi di salvaguardarla e farla viaggiare – il finale con l’iphone affidato al pallone sonda che sale per circa 37000 metri fino allo spazio è allora l’unica liberazione davvero possibile per un soggetto che per tornare a farsi corpo ha bisogno di abbandonare l’ombra digitale che la perseguita donandola al vento e alle stelle.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
1 (3 voti)

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