EURO 2020 – Italia-Svizzera: Febbre a 90 (ma si entra lo stesso)

Racconto cinematograficamente semiserio del ritorno alla visione su maxi-schermo. L’Italia vince ma a convincere è il tifo (non quello virale) dal vivo

– “Ce l’hai?”

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TRIESTE SCIENCE+FICTION FESTIVAL


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– “E che, non la vedi, I Can’t breathe”
– “La bandiera, stupida”
– “Checca”

Non siamo nemmeno entrati all’E. S. Park per la visione della partita Italia-Svizzera, e già abbiamo lo scambio di battute emblema di Euro2020. Il Covid-19 certo ed anche la banalizzazione dell’attualità politica, la violenza del linguaggio maschile sulle donne e sul mondo LGBT. Io e Dae-su ci sorridiamo, ci abbracciamo e con lo sguardo cingiamo in un’unica stretta anche la fila all’ingresso: tornare ad un evento dal vivo vuol dire, in un certo senso, tornare al cinema dopo tanta poltronaggine streaming. – “Infatti, hai ragione. Che poi diciamocelo, che cazzo ce ne frega a noi del calcio?” – mi chiede retoricamente Dae-su. – “Oh, ma hai già letto il mio resoconto della serata?!”. – “Metacinema, ovvio. E ringrazia che ho messo la virgola”. Adesso siamo dentro il parco, ricolmo di festoni tricolore come una sagra del carciofo/radicchio/zucchina qualunque. La gente parla con la mascherina abbassata e gli occhi alzati verso uno dei quattro maxi-schermi dove un Marchisio insopportabilmente bellissimo illustra la chiave tattica della partita: dobbiamo spingere sulle ali, come con la Turchia, e costringere alla ritirata, dopo Fatih Akin, Rolando Colla. C’è un entusiasmo da notti magiche che la cancellazione del coprifuoco porta alle stelle. Anche la birra che ordino come riscaldamento alcolico durante il riscaldamento atletico dell’Italia sbrilluccica di speranza. Il Galles ha battuto la Turchia 2 a 0 e se vinciamo contro i nostri vicini elvetici siamo già qualificati con una giornata d’anticipo. Io e Dae-su ci sediamo senza telone nello spiazzo più affollato di marmocchi e studenti universitari: incredibile come la pandemia ci abbia fatto accettare anche le due categorie umane a noi più invise. La partita comincia e subito un ragazzetto di Roma Nord, sedici anni di bambagia evidenti su ogni singolo capello piastrato, accompagna ogni gesto di un giocatore col finto comando videoludico. – “R1, R1, levetta analogica, Ics, Ics, R1, R1+Triangolo, mezzo giro destro+quadrato… “- “Quella è l’Hadoken”- gli sorrido, interrompendolo, a mo’ di bonaria paternale. Il giovane stranamente recepisce la reprimenda o, come direbbe Zerocalcare, lo Stacce, e abbozza abbassando la cresta del suo protagonismo adoloscenziale all’Enola Holmes. Sul campo gli Svizzeri nei primi minuti tentano qualche sortita nella nostra area, facendo spaventare più noi spettatori dell’E. S. Park che Donnarumma ma questo basta per far riassumere con la solita splendida capacità di sintesi dei romani al mio dirimpettaio: “Stanno a fa’ i coatti ‘sti orologiai”.

Rido di cuore, come non facevo dalla domanda sul fumo posta al protagonista da Christoph Waltz in Rifkin’s Festival, e Dae-su sibila stronzo: – “Una volta non ti saresti sganasciato con la battuta popolaresca pronunciata con razzismo nazionalista da un uomo con la camicia posata sulle spalle in una serata con 36 gradi avvertiti”. Non ha tutti i torti ma, come avvertiva un regista in sua escursione letteraria, hanno tutti ragione (tranne io, e a volte anche LORO). Neanche il telecronista della Rai Alberto Rimedio ce l’ha se a un certo punto pronuncia il sostantivo “intercetto” dandolo come assodato. – “La lingua è dei parlanti, non dei codificatori” – mi obietta la barista mentre mi porge il bicchiere di vino rosso, caldo, che le ordino. – “Mi ricordo di te, stavi qua pure l’anno scorso tutto solo ad ogni serata che facevamo con le tue magliette fighissime di cinema che nessuno calcolava. Eri l’unico a farmi aprire le bottiglie di Montepulciano”. – “Eh, lo so, solo che…”. – “GOOOOOOOOOLLLLLLL”. Mi giro. Un tizio mai visto prima si prende la confidenza del tifoso dandomi un bacio in testa e gridando ancora GOOOOOOOOOOOOLLLLLLLLLL. L’Italia ha segnato e a me è scappato il dito sul Caps Lock. Locatelli ha portato in vantaggio la squadra dopo una bella azione in velocità e io me la sono persa, come sempre. E, come sempre, il cinema rimedia in maniera salvifica alle mancanze della mia vita mostrandomi su grande schermo le gesta che non sono in grado di compiere ma solo di ammirare. Torno ebbro di gioia calcistica (ma non solo) davanti lo schermo e trovo tutti abbracciati, senza distanziamento sociale e, ancora più incredibile, di classe. La ragazza tatuata scherza sulla pochezza tecnica di questa Svizzera ricordando all’azzimato vecchio della prima fila che l’allenatore Vladimir Petković “aho, è laziale”, Dae-su percula senza ritegno l’assist frettoloso di Shaquiri verso Embolo con la freddura “Questo l’embolo lo cerca proprio” ricevendo come risposta la geniale risposta del classico anonimo “Manco con quest’afa Embolo è pericoloso” e giù sghignazzi, gol, un altro, di nuovo Locatelli, 2 a 0 e dai che a questo Paese con regime fiscale agevolato un altro ne facciamo, ma no, chiedi troppo, ed invece 3 a 0, Immobile infila una scoppola all’immobile Sommer, tre a zero di nuovo come all’esordio e noi pronti a sognare come facciamo da più di un secolo ritualmente quando qualche immagine ci passa di fronte un telo bianco.

 

 

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