Italiano medio, di Maccio Capatonda

italiano medioPuò la comicità di Maccio Capatonda vivere al di fuori dei trancianti stacchi di montaggio di un trailer di pochi minuti? Italiano medio è la prova che dietro ad un ingestibile universo del non-sense, si cela un discorso articolato e profondo che, da 10 anni ad oggi, non ha mai smesso di evolversi

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L'arrivo della comicità di Maccio Capatonda in Italia ha sancito l'inizio di un nuovo tipo di approccio alla risata. Esperimenti nati in tv, anticipavano i tempi di fruizione dell'era di internet. Sketch brevi, quasi microscopici, condensati nella forma del finto trailer: non cinema ma solo preludio ad esso. Con Italiano medio è chiara la volontà di espansione del comico/regista, che cerca di allargare i suoi confini ad una struttura narrativa convenzionale, rimaneggiando un omonimo corto di pochi minuti andato in onda nel 2012.

 

Ma se la dissacrante messa a nudo della povertà cinematografica italiana poteva funzionare nell'immediatezza di un Natale al cesso, la dilatazione nei tempi di un lungometraggio rischia di gettare l'operazione in cattive acque, e di rendere Italiano medio vittima di quella tendenza tutta italiana dove a forza di giocare con lo squallore, ci si ritrova completamente immersi in esso. Il ricordo della serie televisiva Boris, e del suo intervento cinematografico in particolare, dovrebbe essere l'esempio più lampante: parodia della negatività italiana, veniva totalmente assuefatta nel circo da cui cercava di prendere le distanze. Al grido de “a noi la qualità c'ha rotto il cazzoMaccio Capatonda risponde con una serie infinita di “scopare”, pernacchie, scoregge ed errori grammaticali, espedienti bassissimi che annullano la demarcazione tra critica ragionata e squallore ignorante.

 

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E la giostra di Capatonda potrebbe tranquillamente rimanere intrappolata in questo meccanismo senza uscita, se non fosse che l'autore risolve la situazione di stallo con un'inaspettata presa di posizione. Che non si limita più a mostrare il brutto in quanto tale, a mettere lo spettatore nella difficile situazione di dover ridere di quanto disprezzato, nell'assurda convinzione di una posizione di superiorità intellettuale data dall'illusoria consapevolezza della parodia. Ma appunto, in un mare di sporcizia, quando tutto è prossimo all'annegamento, Capatonda riemerge con una riflessione disarmante su cosa significhi oggi essere italiani e vivere (nel consumo tanto quanto nella produzione) di immagini. E non c'è nulla di posticcio in tutto questo, nessun intento moralizzatore a forzare la struttura di Italiano medio.

 

No, si parte da una serie infinita di suggerimenti visivi al cinema dietro la comicità di Maccio Capatonda, e si arriva allo straziante monologo di Marcello Macchia che cerca un disperato ricongiungimento al mezzo televisivo. E il segreto ultimo di Italiano medio è proprio questo: al di là di ogni semplificazione è impossibile tracciare una linea di confine che faccia sentire a proprio agio. Il Dr Jekyll e Mr. Hyde (o meglio, il Fight Club) di Capatonda affonda le sue radici in questo teatro dell'indecifrabile che ha completamente assorbito la realtà nella deformazione televisiva. Chi riesce a distinguere Maccio Capatonda da Marcello Macchia? Nel mondo del regista, non esistono risposte né figure determinabili: non c'è spazio per il corretto utilizzo del cervello, ma solo per la grottesca paradossalità dell'Italiano medio.

 

Regia: Maccio Capatonda/Marcello Macchia
Interpreti: Marcello Macchia, Luigi Luciano, Enrico Venti, Barbara Tabita, Lavinia Longhi, Franco Mari
Distribuzione: Medusa Film
Durata: 100'
Origine: Italia, 2015

 

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