"Italians" di Giovanni Veronesi

All’assunto, a quella pretesa di un’eterna italianità di spirito, non siamo interessati affatto. Ciò che è da difendere a tutti i costi è quel vento leggero, che smuove la polvere degli stereotipi, per ridar movimento ai personaggi o che soffia, magari, per riportarci agli occhi il cinema possibile

ItaliansGiovanni Veronesi, dopo il successo di Manuale d’amore e Manuale d’amore 2, sembra non voler più lasciare la corte di Aurelio De Laurentiis. Produttore e regista ormai s’intendono alla perfezione. E se è vero che squadra che vince non si cambia, allora tanto vale riconfermare anche gli sceneggiatori, Ugo Chiti e Andrea Agnello, e due dei protagonisti del film precedente, Scamarcio e Verdone. Neanche la formula di gioco va cambiata: ed ecco, dunque, un altro film a episodi, come nella migliore tradizione di casa nostra. Nella prima parte, Fortunato (Castellitto) e Marcello (Scamarcio) trasportano un carico di Ferrari rubate sino a Dubai: un road movie lungo le piste carovaniere del deserto, in cui i due imparano a conoscersi meglio, vivono l’avventura, danno prova di una generosità inaspettata, ma sono costretti a regolare i conti con la realtà. Nel secondo episodio, l’emerito odontoiatra Giulio Cesare Carminati (Verdone) vola a San Pietroburgo per un convegno internazionale. Da tempo vive in uno stato di depressione acuta e un suo collega, per dargli una mano, lo mette in contatto con un certo Vito Calzone (Dario Bandiera), connazionale pappone che in Russia ha messo su un giro di “nipotine” da sballo. Una serie di equivoci e imprevisti e una traduttrice bella e premurosa (Ksenia Rappoport) obbligano il dottore a una necessaria scelta di vita. Veronesi e De Laurentiis, a ogni passo, sembrano sempre più ricercare il presunto spirito della ‘commedia all’italiana’, di quel cinema che, tra alti e bassi, a modo suo, ha cercato di raccontare come eravamo e come siamo, i nostri peccati mortali, vizi inguaribili e pregi nascosti. E’ il sogno di un ritratto definitivo del carattere nazionale. Ma all’assunto, a quella pretesa di un’eterna italianità di spirito, non siamo interessati affatto. Ciò che resta di Italians, ciò che lo rende un film da difendere a tutti i costi, pur in tutti i suoi limiti, è la capacità di Veronesi di saper trovare quella linfa vitale che scorre sotto pelle e penetra nelle immagini. E’ quel vento leggero, che smuove la polvere degli stereotipi, per ridar movimento ai personaggi e mostrare la loro intimità dolorosa (le scene dell’orfanotrofio e dell’ultimo abbraccio tra Haifa e Fortunato), le loro attese e paure (che ne sarà di Giulio e Vera?), i sogni taciuti (il rombo del motore che ridà vita al deserto). Quel vento che, magari, soffia solo per deviare dai sentieri, ben aldilà di una semplice svolta narrativa. E così un “uomo di casino” che muore da Uomo ci riporta agli occhi il cinema possibile.

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Regia: Giovanni Veronesi

Interpreti: Carlo Verdone, Sergio Castellitto, Riccardo Scamarcio, Ksenia Rappoport, Dario Bandiera, Remo Girone, Valeria Solarino, Makram Khoury

Distribuzione: Filmauro

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Durata: 116'

Origine: Italia, 2008 

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2 commenti

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    Mi sembra piuttosto originale – e a suo modo coraggiosa – questa difesa di un cineasta "senza qualità" come Veronesi. Difficile da condividere, ma bella da leggere. Meglio la critica del film, si potrebbe dire, ma non fatevi prendere troppo la mano, altrimenti i film diventano vostri, e non dei registi. ciao

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    E' vero: il rischio, diffuso, è di parlarsi addosso. Ma se vedo l'ultimo film di Jerry Calà o Giovanni Veronesi e qualcosa mi tocca, se c'è una scena che mi smuove e commuove, che rimanda a un sentimento spesso indefinito, allora ho due possibilità. O mi rassegno al fatto che mi sto rammollendo del tutto (cosa molto probabile, saranno gli anni e l'alcool) o cerco di scoprire e capire quello che ho visto. Non è più questione di originalità e coraggio, ma di sincerità…forse…