It’s not porn, it’s OnlyFans

La presenza delle celebrità sui siti di intrattenimento per adulti danneggia il lavoro delle professioniste: il caso di Bella Thorne e Cardi B

A fine agosto le piattaforme social si sono infiammate per una polemica lanciata da un gruppo di sex workers contro l’attrice Bella Thorne, che quest’estate ha deciso di iscriversi ad OnlyFans, un sito di intrattenimento per adulti, dove le performer si esibiscono via webcam o attraverso lo scambio di materiale più o meno esplicito dietro compenso. A causa del Covid-19, l’industria del cosiddetto “entertainment per adulti” ha subìto un arresto dovuto naturalmente al rischio sanitario che corrono le professioniste e i professionisti. Diverse lavoratrici dunque hanno spostato le proprie attività online. Si tratta di un lavoro perfettamente legale e consenziente, in cui le donne decidono liberamente di usare il proprio corpo come strumento di lavoro.

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Iscrivendosi ad OnlyFans, Thorne ha promesso foto di nudo ai suoi followers e questo ha raddoppiato il traffico di utenti sul sito, facendo guadagnare all’ex volto Disney più di due milioni di dollari in una sola settimana, con utenti che sono arrivati a pagare anche 200 dollari per un suo scatto. Peccato che le aspettative dei fan siano state disattese: Thorne ha infatti inviato foto di sé in lingerie, non dissimili da quelle che pubblica giornalmente sul suo profilo Instagram. Delusi, gli utenti hanno chiesto a OnlyFans un rimborso che ha costretto gli amministratori a limitare la quantità di denaro che può transitare attraverso il sito, danneggiando di fatto le entrate economiche delle lavoratrici che si mantengono facendo le cam girls. Molte di loro, tra cui le suicide girls Vivid Vivka e Sinnamon Love, si sono sfogate su Twitter, facendo notare quanto fosse sbagliata e ingiusta la mossa di Bella Thorne (e non solo, anche la rapper Cardi B ha aperto il suo canale), accusandola di gentrificazione digitale e spiegando poi cosa significhi fare la sex workers, in tempi di pandemia e non solo, e su quanto sia difficile trovare spazi propri, liberi e legali, dove poter esercitare la professione, senza giudizio, censura o discriminazione. Vivid Vivka ha sottolineato come la presenza di celebrità del calibro di Bella Thorne e Cardi B oscuri completamente il lavoro delle professioniste come lei e le sue colleghe, sfruttando però una piattaforma che hanno contribuito loro a costruire e a rendere un safe place per il lavoro sessuale regolamentato.

Non è la prima volta che le sex workers subiscono trattamenti di sfavore di questo tipo: nel corso degli anni diversi siti come Tumblr e Patreon hanno sfruttato l’intrattenimento per adulti per ottenere visibilità e, una volta raggiunto un traffico di utenti considerevole, gli amministratori hanno bannato le lavoratrici sessuali, costringendole a spostarsi su altre piattaforme e ricominciare tutto da zero, ricreando contenuti e ricostruendo la propria base di spettatori.

Dall’altra parte, l’attrice e modella si è giustificata dicendo che si trattava di un tentativo volto a normalizzare il lavoro sessuale, ancora troppo soggetto a tabù e restrizioni. Thorne non è nuova ai progetti a sfondo erotico: solo l’anno scorso è uscito il suo primo film da regista, Her&Him, un softcore prodotto e distribuito da PornHub con protagonista Abella Danger. Se le intenzioni di questo nuovo esperimento potevano dunque apparire lodevoli, la leggerezza con cui l’operazione è stata compiuta non può passare inosservata: avrebbe forse avuto più senso proporre una collaborazione con le performer di OnlyFans per far conoscere il loro lavoro al pubblico mainstream, senza appropriarsi di spazi già messi a dura prova dallo stigma sociale che colpisce le professioniste del sesso.

Bella Thorne e Cardi B non hanno bisogno di OnlyFans”, ha affermato Vivid Vivka. Non ha tutti i torti, se si pensa ai contenuti sempre più espliciti che circolano sui social media, a partire da Instagram o Snapchat. Sono sempre di più infatti le influencer che cavalcano l’onda del softcore, riempiendo i propri profili di foto “vedo non vedo”, assottigliando ogni giorno di più il confine tra arte, intrattenimento e pornografia. Un fenomeno che coinvolge il mondo dello spettacolo su più livelli. Basti pensare a Emily Ratajkowski o Sasha Grey, che usano la nudità esposta sulle loro pagine social per rilanciare messaggi di carattere sociale o politico. La stessa HBO nel 2012 ha rilasciato uno spot promozionale dall’inequivocabile titolo “It’s not porn, it’s HBO!“, in cui un’attrice raccontava entusiasta alle amiche di aver sostenuto un provino per una produzione dai contenuti sessuali espliciti. La politica dell’emittente televisiva americana è corroborata anche dai prodotti inseriti nel proprio palinsesto, come Game of Thrones, salito alla ribalta per le numerose scene di sesso e nudo integrale, o Euphoria, che esplora diverse tematiche legate alla sessualità, tra cui il lavoro delle cam girls.

Negli ultimi anni, l’industria del porno è stata oggetto di un rinnovato interesse proprio grazie ai movimenti e ai progetti indipendenti lanciati da attrici e registe che si sono impegnate nel costruire spazi e contenuti innovativi che esplorano il punto di vista femminile sul sesso, affermando individualità e desideri totalmente ignorati dal porno mainstream e stigmatizzati dalla società. A partire dalla pioniera del porno femminista Erika Lust, passando per Mia Engberg e Monica Stambrini del collettivo italiano Le ragazze del porno, che ha diretto l’attrice a luci rosse Valentina Nappi in due progetti, il documentario ISVN – Io sono Valentina Nappi e il cortometraggio Queen Kong, consacrandola come icona contemporanea della liberazione sessuale delle donne.

La normalizzazione del lavoro sessuale e dell’uso consapevole del corpo solo di recente, grazie ai social network, ha raggiunto un pubblico sempre più ampio, creando consapevolezza e dando visibilità ad un mondo troppo a lungo oscurato e denigrato. Il fatto che questi temi vengano intercettati e condivisi su larga scala è indubbiamente un segno di progresso e trasformazione sociale che va sostenuto, ma con cognizione di causa. Il rischio infatti è quello di far proprie delle battaglie di cui non si conoscono a fondo istanze e obiettivi, di fatto svilendo quella che è a tutti gli effetti una professione che necessita riconoscimento e legittimazione.

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