J’Accuse. Incontro con Luca Barbareschi e Emmanuelle Seigner

«Questo film parla di verità». Ha esordito così Luca Barbareschi nell’incontro di presentazione dell’ultimo film di Roman Polanski, L’ufficiale e la spia (J’Accuse, nella versione originale), di cui è produttore e interprete. Una verità oggettiva, profonda, che i filosofi antichi avrebbero chiamato aletheia, da opporre all’ingannevole apparenza della doxa. La verità di cui si parla è quella di un sistema giudiziario e militare che oggi, come (e peggio di) ieri, risulta facilmente delegittimato. Così il populismo e l’antisemitismo avanzano, alimentati da quelle bocche che amano soffiare sul fuoco dell’odio e manipolare a piacimento i fatti e la Storia, in un perfetto clima di post-verità.

«Quest’opera arriva al momento giusto. Ci ricorda che siamo l’Europa di Voltaire, di Spinoza. L’Europa dell’Illuminismo. Non bisogna scordarlo», tuona Barbareschi.

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Ed è proprio da uno dei più celebri pensatori dell’età dei Lumi che prende il via la vicenda messa in scena da Polanski: la mattina del 13 gennaio 1898, sul quotidiano francese L’Aurore era apparso, in prima pagina, il celeberrimo articolo di Émile Zola dal titolo J’Accuse, a denunciare pubblicamente le irregolarità e l’ingiustizia commessa ai danni di Alfred Dreyfus, un capitano dell’esercito francese, ebreo, accusato di esser stato un delatore e di aver collaborato con i nemici tedeschi.

Il calvario di Dreyfus, «un uomo piccolino, un uomo qualunque, che subisce un’ingiustizia» – come lo definisce Barbareschi – è una parabola che ha tanto da insegnare. Concorda pienamente, Emmanuelle Seigner, che ribadisce la necessità di questo film che s’insinua prepotentemente in una ferita ancora aperta per la Francia e per l’Europa, andando a scoperchiare uno dei più clamorosi errori giudiziari della Storia.

«È un film molto importante che parla di situazioni ahimè d’estrema attualità, come il razzismo, l’odio verso l’altro, verso il diverso. Nonostante i progressi della scienza e della tecnologia gli uomini sono così cattivi. Eppure c’è speranza: in Francia J’Accuse ha raggiunto il record d’incassi in cinque giorni. Forse in pubblico non è così stupido…».

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Ed ecco allora che lo spettro delle accuse rivolte al regista polacco e l’eco delle polemiche lidensi tutt’altro che lontane, fanno capolino, riscaldando la sala.

Perché certo, il successo ai botteghini francesi di cui parla l’attrice (nel film nel ruolo di Pauline Monnier) è innegabile, ma altrettanto innegabile e veritiero – se di verità si vuol parlare – è il fatto che contro questo film si sono mobilitati in molti e molte. L’hashtag #BoycottPolanski è apparso sui social e la senatrice socialista Laurece Rossignol ha persino invitato il pubblico a non andare al cinema.

«Tutti si alzano e dicono la propria», ha commentato, stizzito, Barbareschi. «Ora persino la Francia, il paese in cui alle cinque del pomeriggio la gente si ritrova nei locali per scambisti, il paese del libertinaggio, di Pigalle e del Moulin Rouge, è diventata moralista, da non credere!».

Per il produttore gran parte della colpa è della stampa – borbottano in sala! – e di quei giornalisti che lungi da essere «sacerdoti della comunicazione», si lanciano, a detta sua, in interpretazioni letterarie e “creative” delle vicende di cronaca, in un modo che non sarebbe affatto piaciuto al neo-defunto Harold Bloom, strenuo difensore di una divisione netta tra giornalismo e letteratura, chiamato in causa da Barbareschi stesso.

Ma lontano dalle polemiche quel che resta è il film, e la storia eccezionale che mette in scena. Perché come dice Polanski, «dalle grandi storie spesso nascono grandi film».

L’ufficiale e la spia è in uscita nelle sale italiane il 21 novembre, distribuito da Rai Cinema – 01 Distribution.

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