James, di Andrea Della Monica

Un mediometraggio che ripercorre le tappe della carriera di James Senese pur non cadendo mai nel tranello dell’agiografia. In programma tra le proiezioni del Locus Festival di Locorotondo

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Ad un certo punto di James, il documentario di Andrea Della Monica su uno dei maestri del jazz italiano James Senese, il sassofonista partenopeo esce in strada e si addentra nel negozio in cui acquistava i suoi primi strumenti musicali quando era ragazzino.
E quel tragitto sul pavé scuro che contraddistingue i vicoli di Napoli è forse uno dei pochi momenti in cui la macchina da presa inquadra dei —frammentari — spaccati di città.

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Eppure, la prima sensazione che resta a pelle, una volta concluso James, è di aver visto non solo un mediometraggio sulla monumentale figura di James Senese, ma anche (o soprattutto?) una testimonianza sincera di cos’è e cos’è stata la città di Napoli. 

Del resto, ce lo insegnò il Jonathan Demme che tornava alla Marianella sui passi di Enzo Avitabile: per filmare un musicista a Napoli è fondamentale intercettare il rapporto che quel musicista ha con il rione, con le persone che lo vivono, con le memorie che restano attaccate ai muri dei vicoli come fossero manifesti che non sbiadiranno mai.

Ma se in Enzo Avitabile Music Life il ritorno nei luoghi dell’infanzia era la tappa conclusiva di un percorso, nel caso di James i ricordi del piccolo Senese sono solo un incipit, l’inizio di un viaggio alla ricerca di «’sta voce di sassofono».

«All’inizio io non cantavo, Je alluccav’»: “Io gridavo”, rivela Senese nel momento in cui rievoca le prime esperienze con gli Showmen, gruppo storico fondato assieme a Franco Del Prete e Mario Musella. Senese gridava perché lo sforzo che fanno i muscoli del collo per suonare il sax è assai diverso rispetto a quello necessario per cantare.
Ma forse quel graffio nella voce, quelle prime canzoni strillate, più che uno sforzo fisico erano il risultato di una rabbia sottoproletaria mai sopita, di una endemica fame che da sempre caratterizza le maschere partenopee. Una rabbia e una fame che, di fatto, vengono definitivamente a galla nelle successive melodie della Napoli Centrale («esperienza di rabbia e coscienza»).

Il documentario di Della Monica ripercorre le tappe della carriera di Senese pur non cadendo mai nel tranello dell’agiografia, disinteressandosi del dato cronologico e preferendogli invece la forza del dialetto e della musica.
Prima il suono del sax, poi la persona. Prima i concerti, poi la biografia.
È un lavoro in sottrazione, tra le cui pieghe è possibile recuperare certi modi di fare, certi intercalare di un autore che è al tempo stesso tradizione e innovazione assieme. Quella di James Senese, per dirla parafrasando Carosone, è la storia di un musicista che non vuole fa’ l’American’, pur addossandosi la responsabilità di importare il rhythm & blues alle pendici del Vesuvio, rinnovando quell’antico dialogo tra il Mediterraneo e la East Coast.

La macchina da presa di Della Monica segue il suo idolo registrando questa perenne ambivalenza, non affondando mai nelle profondità di un dissidio apparentemente inscindibile. James Senese è anche immagine, potenza visiva, luccichio di una chioma che sembra arrivare dritta dal Bronx. Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2020, il film è in programma tra le proiezioni di mezzanotte del Locus Festival di Locorotondo, il prossimo giovedì 12 agosto dopo la performance di Senese con i Napoli Centrale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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