Janis, di Amy Berg

L’aspirazione al successo nasce dall’ambizione, dal bisogno di amare e sentirsi amati.
Amy J. Berg apre con queste parole di Janis Joplin l’omonimo documentario dedicato all’Artista, sintetizzando così perfettamente un’opera che senza dubbio alcuno vince la sfida di misurarsi con la pioniera del blues/rock al femminile, avanguardia culturale e figura di donna meravigliosamente complessa.
La Berg ci racconta la cantante attraverso la voce narrante di Georgia Chan (alias Cat Power), che interpreta le lettere scritte alla famiglia e agli uomini che ne hanno attraversato e segnato la vita. Ne emerge un ritratto intimo e toccante, certamente insospettabile agli occhi del pubblico che per anni ne ha assorbito l’energia devastante, ma che ci restituisce una Janis più vera e completa, ricostruendo un tassello, quello di donna prima che di star, che diventa imprescindibile chiave di lettura di un successo senza tempo.

Sex simbol e non solo icona per eccellenza della rivoluzione culturale degli anni ’60, ad una Joplin ancora sconosciuta viene assegnato negli anni universitari il premio di “uomo più brutto del campus”: è il sequel delle denigrazioni subite durante gli anni scolastici di Port Arthur e che scavano profondamente l’emotività senza pelle di Janis infondendole un bisogno primario e vitale di riconoscimento.
“Mamma vedi? Sono brava!” Sembra quasi di sentirlo questo potente sottotesto che emerge da ognuna delle lettere scritte negli anni dell’ascesa alla madre da cui cerca costante approvazione, come la cerca nel suo pubblico al quale si dà senza difese né filtri (cruciali e bellissime le immagini della Joplin al Monterey Pop Festival e Woodstock).
Janis sul palco è Janis ed è felice. Come lo è nelle decine di fotografie che ritraggono le sue risate fragorose. Una felicità cui si accompagna un profondo senso di solitudine: “Non capisco perché i membri della mia band la sera tornano a casa con le loro fidanzate mentre io torno sempre da sola”, si domanda in una delle sue lettere, esprimendo tutto il peso di un’assenza che trasforma in brama di vita e sensazioni, fino all’ultima, quella letale.

Attingendo ad un materiale denso raccolto nei sette anni di lavorazione (e che inevitabilmente ci evoca, per modalità narrativa e per il medesimo approccio intimista, il recente Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen) che è non soltanto epistolare, ma fatto di interviste alla famiglia, ad amici di infanzia, colleghi e artisti che hanno incrociato con la Joplin le proprie vite (come il musicista Bob Weir o il presentatore televisivo Dick Cavett) e video inediti (alcuni dei quali girati da D. A. Pennebaker) la Berg realizza quindi sulle note dei quattro album registrati nei dieci anni di carriera dalla Joplin un’opera che non soltanto è coerente con se stessa ma che non delude l’aspettativa che, necessariamente, porta con sé la storia di un personaggio tanto ingombrante.