January, di Viesturs Kairišs

Un film emotivo e sfacciatamente repubblicano, che attraverso il potere referenziale della pellicola fa rivivere la Storia e i sogni di libertà di un popolo. Tra le sorprese della Festa. Concorso

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Riga, gennaio 1991. Le forze armate dell’URSS entrano di forza in città, nel tentativo di soffocare, attraverso la paura, ogni afflato repubblicano nell’ex colonia sovietica. Ma il mondo è ormai cambiato. Nessuna tra le popolazioni baltiche è disposta ad accettare, inerte, l’ennesimo sopruso da parte dei sovietici, e a rinunciare così all’agognato sogno d’indipendenza. E sulle crepe di una realtà così oscura e precaria, che spingerà i cittadini alla mobilitazione popolare, January non perde tempo a stagliarci una storia di incertezza giovanile. Dove la confusione esistenziale di un aspirante filmmaker si intreccia con le insicurezze collettive di un intero paese.

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In January allora Kairišs si serve del periodo più delicato e controverso della storia recente della Lettonia, per esaltarlo a sfondo e cornice delle ramificazioni esistenziali nella vita di un giovane ragazzo. In questo senso Jazis (Kārlis Arnolds Avots) non è diverso da molti suoi coetanei cresciuti con il mito dell’indipendenza repubblicana: ha una sensibilità estetica notevole, e trascorre le giornate a girare corti amatoriali dalla evidente ispirazione tarkovskijana. Ma come il suo paese, sotto la superficie di una stabilità transitoria nasconde in sé un malessere profondo. Un senso di sfasamento identitario che lo porta a introiettare nella sua psiche tutte le fragilità, le incertezze e le paure collettive di un mondo lacerato dalle fiamme del conflitto. Ed è proprio in questa atmosfera inglobante, dove l’uomo mutua dall’esterno le origini endemiche delle sue criticità interiori, che il cineasta pone il dispositivo cinematografico come strumento da cui far passare ogni logica di salvazione. Permettendo così alle traiettorie individuali di legarsi emotivamente alle rappresentazioni iconiche della collettività.

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È nell’istante in cui Jazis decide di documentare la realtà circostante, sovrapponendo la singolarità del suo occhio allo sguardo democratizzante della camera, che inizia a comprendere i codici di uno spazio ritenuto fino a quel momento insondabile. Prima di allora, tutto infatti sembrava destinato al collasso: lo era la sua vita, passata tra delusioni d’amore e disorientamento giovanile, così come il mondo circostante, barricato dietro fragili rivendicazioni identitarie. Ma è l’occhio della camera – e in particolare, di quella analogica – che, come un agente demiurgico, interviene nella vita di Jazis e la staglia sullo sfondo di una realtà che pulsa nuovamente di vitalità. In questo senso Kairišs sa bene che l’unico modo per restituire calore alla Storia, e farla (ri)vivere attraverso la memoria del cinema, è associarla all’alto grado di referenzialità della pellicola. Solamente così il racconto, insieme al suo protagonista, può giungere ad un naturale processo di consapevolezza. Dove la documentazione fittizia della realtà non compromette la sua autenticità storica. Al contrario. La rende ancora più vera.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
Sending
Il voto dei lettori
3 (3 voti)
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