Jean-Louis Trintignant. L’eleganza del riccio

Ha scelto di vivere, in eterno, attraverso i suoi indimenticabili personaggi. Il nostro ricordo del grande attore francese scomparso lo scorso 17 giugno.

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Jean-Louis Trintignant irrompe nella mia vita molto presto, intorno ai dodici anni, in una estate assolata e violenta del 1980. Facendo zapping ossessivo compulsivo l’attenzione si ferma su un film in bianco e nero in cui compare il volto di una donna bellissima e tristissima, che poi nel tempo riconoscerò in Eleonora Rossi Drago.  Ci sono le note e il testo di Temptation di Bing Crosby (“You came, I was alone/I should have known you were temptation/You smiled, luring me on/My heart was gone, you were temptation…”) e due coppie che ballano male assortite. C’è lo sguardo di un attore che comunica contemporaneamente e magicamente due sentimenti opposti: da un lato la voglia di tuffarsi tra le braccia di Eleonora Rossi Drago, dall’altro il timore che la sua compagna di ballo (Jacqueline Sassard la Guendalina di Lattuada) si accorga del tradimento mentale e poi fisico. Quell’attore che lancia occhiate di paura e desiderio, di timidezza ed audacia, è proprio Jean-Louis Trintignant.

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Così inizio un viaggio all’indietro e scopro che è il più grande attore europeo che abbia mai visto all’opera. E che prima di Estate violenta (1959) di Valerio Zurlini aveva recitato in Piace a troppi (1956) di Roger Vadim e si era innamorato della sua collega Brigitte Bardot, allora moglie del regista. Comincio a cercare i film in cui è coinvolto e mi accorgo di una cosa singolare: la sua filmografia comprende non solo il cinema d’autore ma praticamente tutti i generi. Il noir d’autore (Finalmente Domenica!, 1983), il western (Il grande silenzio, 1968), il teatro erotico (Metti, una sera a cena, 1969), il dramma sentimentale, il fotoromanzo d’autore, il giallo all’italiana (Così dolce…così perversa, 1969), il polar francese. Passa con disinvoltura da Bernardo Bertolucci a Sergio Corbucci, da Robbe-Grillet a Umberto Lenzi, da Eric Rohmer a Tinto Brass, da Claude Lelouch e Francois Truffaut a Dino Risi ed Ettore Scola.

Il suo sguardo è inimitabile, nasconde un mistero: non sai se dietro quegli occhi si cela un bacio appassionato o un colpo di pistola. Se è vero che ne Il sorpasso (1962) è il perfetto controcanto alla spavalderia incosciente di Vittorio Gassman, interpretando un timido intellettuale attratto dalla leggerezza della mondanità, è con il passare del tempo che la sua performance d’attore si arricchisce di elementi contraddittori che lo rendono imprevedibile. Se all’inizio è molto vicino nella corporatura e nel carattere ad un altro grande attore degli anni ’60 Jacques Perrin (e non è un caso che proprio ne Il Sorpasso Trintignant sostituisca Perrin) nel tempo Jean-Louis Trintignant acquista maggiore consapevolezza ampliando la sua gamma espressiva che fa apparire dietro la sua corazza di aculei di riccio, una personalità che oscilla tra la cattiveria e la mansuetudine. Se ne accorge Claude Lelouch che lo dirige in un film che diventerà il fotoromanzo d’amore più famoso nella storia del cinema e che lo consegna all’immaginario cinefilo mondiale: Un uomo, una donna (1966) dove Trintignant contiene in maniera meravigliosa il conflitto sentimentale di una storia tortuosa fatta di corse in automobile ed appuntamenti alla stazione. Splendido il suo aneddoto sullo scultore Giacometti in coppia con la splendida Anouk Aimeè :

Jean-Louis: Ha mai sentito parlare dello scultore Giacometti?
Anne: Sì, lo trovo molto bravo.
Jean-Louis: Una volta ha detto una cosa straordinaria. Ha detto: “In un incendio tra un Rembrandt e un gatto, io salverei il gatto.
Anne: Sì, e ha concluso: “E dopo lo lascerei subito andar via.”
Jean-Louis: Davvero?
Anne: Sì, è proprio questo che è straordinario, no?
Jean-Louis: Sì, sì, è molto bello. Significa: “Tra l’arte e la vita io scelgo la vita”.
Anne: Come ha ragione.

 

Dietro un volto che sorride raramente, spesso incupito da una serie di pensieri che rimangono inespressi, Trintignant rivela la sua profonda umanità e una eleganza che nel tempo diventa il suo marchio di fabbrica. La sua maschera amimica a volte ‘keatoniana’ diventa lo specchio dei formalismi e intellettualismi di Robbe-Grillet in Trans-Europ- Express (1966), L’uomo che mente (1968) e Giochi di fuoco (1975), dove il suo lavoro in sottrazione diventa pura astrazione. Altrettanto magistrale è la sua prova in La mia notte con Maud (1969) di Eric Rohmer dove interpreta il ruolo di un cattolico praticante diviso tra l’amore per due donne: intrisi di filosofia ‘pascaliana’, i dialoghi profondi scritti da Rohmer trovano in Trintignant la perfetta formula espressiva, tutta contenuta in un rigore formale solo apparente che lascia a sprazzi trasparire tumulti sentimentali e sentimenti repressi. E Trintignant può essere accorpato a quegli attori che dicono tantissimo con improvvisi e sorprendenti scatti nevrotici. Non è un caso che la sua prova ne Il conformista (1970) di Bertolucci sia oggettivamente gigantesca, facendo emergere quel filo sottile di follia che è alla base di tante nevrosi e psicosi contemporanee. I suoi gesti quasi a sorpresa con in mano la pistola rivelano gli abusi subiti da bambino; la sua omosessualità è occultata nella massificazione del periodo fascista.

 

Tra i registi capaci di sfruttarne al meglio le doti trasformistiche ricordiamo Claude Chabrol nel film Les biches. Le cerbiatte (1968) e Costa Gavras in Z – L’orgia del potere (1969). Indimenticabile nel primo film la scena della partita a poker con Trintignant che cerca di tenere d’occhio contemporaneamente gli altri giocatori e la bellissima Jacqueline Sassard. Nel secondo inforca gli occhiali e rende magnificamente il rigore di un irreprensibile giudice istruttore. Tra gli attori italiani l’unico che sembrava essergli più vicino per attitudine antidivistica e carattere era Marcello Mastroianni. Con lui girerà nel 1975 La donna della domenica di Luigi Comencini interpretando il giovane omosessuale Massimo Campi, tra gli indiziati di omicidio. Importante è anche il sodalizio con Ettore Scola che lo vorrà in La terrazza (1980), Passione d’amore (1981) e Il mondo nuovo (1982). Ne La terrazza è indimenticabile la sua prova nell’impersonare lo sceneggiatore Enrico d’Orsi in preda ad un esaurimento nervoso per crisi d’ispirazione. Anche Jacques Audiard e Patrice Chéreau lo coinvolgono rispettivamente in Un héros très discret (1994) e Ceux qui m’aiment prendront le train (1998), ma negli anni ’90 la sua migliore performance è in Tre colori – Film rosso (1994) di Kieślowski dove interpreta un giudice misantropo che spia le vite degli altri.

 

La tragedia irrompe nella vita del grande attore nel 2003 quando la figlia Marie viene brutalmente uccisa dal compagno Bertrand Cantat, leader del gruppo musicale Noir Desir. Inizia un lungo periodo di depressione raccontata nell’autobiografia Alla fine ho deciso di vivere scritta con l’amico André Asséo. Da questo lungo  e buio tunnel Trintignant esce grazie all’aiuto della poesia e del teatro, suo primo amore. La terza giovinezza di Jean Louis Trintignant trova compimento in Amour (2012) ed Happy End (2017) di Michael Haneke e nel terzo capitolo della saga Un uomo, una donna di Claude Lelouch dal titolo I migliori anni della nostra vita (2019) che chiude il cerchio di una carriera strepitosa. In particolare la sua prova in Amour, dove interpreta un vecchio musicista che si occupa della moglie colpita da ictus, è un perfetto esempio di sentimento ambivalente tra egoismo e altruismo, un dolore pietrificato nelle tante rughe che trova la liberazione in un gesto d’amore altissimo e spietato. Alla fine Trintignant ha scelto di vivere, in eterno, attraverso i suoi indimenticabili personaggi.

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