Jean-Paul Belmondo e una faccia in prestito

jean paul belmondoIl piacere del successo per un attore è niente in confronto a quello che gli procura l'insuccesso di un collega…
Le donne sono al loro meglio passati i trent'anni, ma gli uomini che hanno passato i trent'anni sono troppo vecchi per capirlo…
 
Nel 2001 Jean-Paul Belmondo è colpito da un’ischemia cerebrale, dieci anni più tardi riceve la Palma d’Oro alla carriera al Festival di Cannes. Fino all’ultimo respiro, Belmondo, tra Godard, Melville, Truffaut, Resnais, il filone più commerciale degli anni 60/70 e crepuscolari pellicole di genere senza controfigura. Figlio dello scultore italiano, Paolo Belmondo, Jean-Paul è una faccia in prestito, praticamente scolpita, potrebbe essere quella di un pugile fallito. Potrebbe essere un gigolò, forse un mostro, non immorale, colmo di una certa impudicizia provocatoria, caldo e affascinante, ma non bello. Molieriano (con il cortometraggio Molière, del 1956, di Norbert Tildian, avviene l’esordio), essenzialmente tragico nella sua teatrale ambizione trattenuta; espressionista nel peso dei gesti e dei simboli. Di spalle con le bracce aperte sulle corde di un ring, luminoso e oscillante, fino all’ultimo respiro. Sguardo molle nelle sue camice aperte sul petto glabro, con le sue labbra tumide.
 
jean paul belmondoÈ l’embrione di tutti i “tori scatenati” della storia del cinema, padre perfetto, cinematograficamente parlando. È abituato ad improvvisare, a variare le battute, i colpi, in ogni ripresa, è capace di fare con rigore qualunque cosa. Jean-Pierre Melville: “Si può far ripetere a un attore in venti modi diversi la stessa frase. Dirla in diciannove modi sbagliati e in un modo giusto, questo è alla portata di qualsiasi attore. Ma il dirla in venti modi diversi, e tutti giusti, è un’altra faccenda. Belmondo è capace di farlo”. Se di cavalli, stivali e sella, per le strade di Parigi se ne deve fare a meno, si può sopperire con un cappello, un impermeabile con una cintura e un bavero da rialzare quando piove. Jean-Paul e una faccia in prestito, una maschera, una faccia da prete seduttore al quale piace eccitare le ragazze ma non possederle. Duro e strafottente all’apparenza, Jean-Paul è sempre stato ambiguo e contraddittorio, fino all’ultimo respiro, lontano da quell’algida compostezza, da uno stile rarefatto e geometrizzante. Parafrasando Godard: “Il cinema non è un mestiere. È un’arte. Non è una squadra. Si è sempre da soli; sulla scena come di fronte ad una pagina bianca… da scolpire”.