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Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles, di Chantal Akerman

Definito nel 2022 da “Sight and Sound” il miglior film di tutti i tempi, rivela il potere evocativo del cinema con uno stile e uno sguardo unici. Stanotte su Fuori Orario.

Una cartolina postale alla propria madre. Un omaggio a tutte le lavoratrici silenziose che subiscono le ingiustizie di una società che tende a imprigionarle. Chantal Akerman quando progetta Jeanne Dielman ha in mente un’idea precisa: raccontare la quotidianità di una donna da un punto di vista femminile. Sceglie come protagonista Delphine Seyrig, ribaltandone completamente l’immagine creata da registi come Alain Resnais, François Truffaut, Luis Buñuel e Joseph Losey.

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Laboratorio per attori, per il casting. Dall’11 aprile


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Jeanne Dielman (Delphine Seyrig) è una vedova che vive in un piccolo appartamento a Bruxelles con il figlio adolescente Sylvain (Jan Decorte). Ha organizzato la sua vita in maniera che ogni momento sia occupato da un’azione: svegliarsi, fare il caffè, rifare il letto, sistemare la cucina, andare per la spesa, preparare il pranzo (cotolette e polpettone), pulire le patate, pagare le bollette in posta, lavorare all’uncinetto, farsi il bagno, ascoltare musica alla radio (Per Elisa di Beethoven), leggere “Le Soir”, specchiarsi in ascensore, fare da baby-sitter alla vicina (cameo vocale di Chantal Akerman), prostituirsi nei giorni feriali per potere sopravvivere.

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Corso di MONTAGGIO con Adobe Premiere, a Roma dal 18 marzo


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Al contrario di Hitchcock che diceva che “il cinema è la vita senza le parti noiose”, per Chantal Akerman sono proprio le parti noiose della vita a rivelare il potere evocativo del Cinema. Glaciali piani fissi, inquadrature geometriche, lunghezza media della ripresa di più di un minuto (ad Hollywood oggi è una manciata di secondi), nessuna musica extradiegetica, enormi silenzi rotti da rumori di strada o dal suono di un campanello, luci delle insegne al neon dei negozi che creano effetti stranianti negli interni poco illuminati.

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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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Il minimalismo di Chantal Akerman è la pietra miliare dello slow cinema e in particolare di quello classificato da Paul Schrader come “the surveillance camera”, caratterizzato dal long take meditativo, dal richiamo alla quotidianità e alla realtà oggettiva. Questo tipo di grammatica filmica ha un preciso scopo: portare lo spettatore ad interrogarsi sui pensieri dei personaggi attraverso il prolungamento dell’immagine tempo. Quando Jeanne, in una delle rare pause dal ruolo di casalinga disperata, si ferma a bere un caffè o è seduta in poltrona a fissare il vuoto allora, in quel preciso momento, si fa strada un pensiero ossessivo, angosciante, disturbante. Che senso ha tutto questo?

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Corso di Regia in presenza a Roma dal 17 marzo


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Le tre giornate si susseguono con importanti differenze. Già nel secondo giorno notiamo qualche discrepanza: una pettinatura arruffata, una porta non chiusa, una luce non spenta. Queste lievi incrinature diventano fratture complete durante la terza e ultima giornata costellata da tanti piccoli incidenti, deviazioni dalla norma, imprevisti, come se il subconscio fosse emerso a dettare il suo tempo. I lapsus della fisiopatologia della vita quotidiana: un bottone perduto, una spazzola caduta, il caffè bruciato, un negozio chiuso, non sono che il trionfo di tutto ciò che era stato soffocato dalle convenzioni, dalle regole, dalle norme.

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Laboratorio di SUONO PRESA DIRETTA, a Roma dal 16 marzo


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Il punto di vista non è così basso come quello del tatami di Ozu ma è quello di una Chantal Akerman bambina/figlia. A riguardare con attenzione il lunghissimo girato (202 minuti complessivi) sono i pochi dialoghi a determinare questo scarto tra ciò che appare e ciò che è. I discorsi del figlio prima sull’innamoramento e poi sul conflitto edipico (con la fantasia di uccidere la figura paterna per giacere con la madre) creano in Delphine un apparente irrigidimento e una chiusura netta di fronte alle domande sul sesso. Lo stesso discorso con la vicina di casa riguardante la maternità lascia apparentemente Delphine indifferente. Eppure da quel momento notiamo che qualcosa si è spezzato. Delphine respira sul divano affannosamente, ha gli occhi perduti nel nulla, china in basso la testa in segno di resa. Il gesto violento finale non è che l’estremo atto di ribellione ad una vita che dietro le scadenze e gli appuntamenti nascondeva un vuoto di significato. La lettera della sorella dal Canada era stata molto chiara. La poesia Il nemico di Charles Baudelaire parlava di un autunno, di una perdita della giovinezza. L’incapacità a zittire il pianto del bambino a lei affidato le mostrava una inadeguatezza nel ruolo genitoriale. Il suo matrimonio senza amore l’aveva portata in un labirinto di solitudine.

Chantal Akerman, memore della lezione sperimentale del cinema di Andy Warhol e Jonas Mekas, ci chiede di osservare con attenzione questa donna imprigionata da sbarre invisibili, avvolta da un rumore di fondo monotono. La lunghezza del tempo di ripresa individua la dissoluzione del ruolo identitario: Jeanne perde il controllo proprio quando realizza di non essere più soggetto desiderante ma oggetto abusato.

Definito nel 2022 da “Sight and Sound” il miglior film di tutti i tempi (scavalcando La donna che visse due volte e Quarto potere), Jeanne Dielman, 23, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles è un lento metronomo che scandisce il ritmo di una morte che si sconta vivendo con automatismi rigidi. Questa ombra segue Jeanne Dielman costantemente come una nota funebre, dalla mattina alla sera. Tutti i nostri piccoli rituali, tutti le nostre ossessioni sono espedienti per esorcizzare il pensiero di morte con l’incanto della ripetizione. Paradossalmente l’opera è un falso action movie in cui si susseguono centinaia di movimenti ma tutto continua a rimanere fermo, immutabile, inesorabile. Come il destino di una madre in una società patriarcale. Finché arriva il colpo di forbici di un delitto imperfetto. Il colpevole ha un nome, un cognome, un indirizzo. Ma adesso è libero.

 

Titolo originale: id.
Regia: Chantal Akerman
Interpreti: Delphine Seyrig, Jan Decorte, Henri Storck, Jacques Doniol-Valcroze, Yves Bical
Durata: 201′
Origine: Belgio, Francia 1975

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
Sending
Il voto dei lettori
3.9 (20 voti)

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