Jeff Bezos, Blue Origin ed il folle volo del Capitano Kirk

Il 13 Ottobre, l’attore William Shatner ha compiuto un volo sub orbitale con Blue Origin, dimostrando quanto, per Jeff Bezos, per conquistare lo spazio bisogna prima ripensare il suo immaginario

Nel pomeriggio del 13 ottobre, Audrey Powers, vicepresidente di Blue Origin, la società di Jeff Bezos per l’esplorazione spaziale, Chris Boushizen, presidente della società di imaging della Terra Planet Labs e Glen De Vries, cofondatore di una piattaforma per la ricerca clinica, sono partiti dal Texas per un volo di circa dieci minuti a 65 miglia dalla Terra. Insieme a loro, nella capsula New Shepard, c’era anche William Shatner, novantenne, attore, leggendario interprete del capitano Kirk di Star Trek.

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All’atterraggio della capsula, il più felice è proprio lui e ai giornalisti, accorsi al luogo di recupero, dichiara: “è stata l’esperienza più profonda che io abbia mai avuto”.

È l’indizio più grande del fatto che, forse, questo primo scontro per la conquista capitalista dello spazio l’ha vinto Jeff Bezos. Perché mentre Elon Musk, circa ventiquattro ore fa, ha presentato i motori di Starship, il razzo vettore con cui SpaceX vuole andare su Marte, Blue Origin ha compreso alla perfezione quanto il primo passo per la conquista dello spazio passi attraverso un cambiamento radicale della percezione che il pubblico ha di questo contesto. Jeff Bezos ha spostato la guerra sulla dimensione dell’immaginario e, ad oggi, ha forse sferrato il colpo più duro della contesa.

Perché ad un pubblico che è sempre più spettatore, serve sapere che lo spazio non è solo una dimensione a portata di mano ma anche rassicurante, identica a quella immaginata da Welles, Roddenderry, dai tascabili Urania e sognata da milioni di persone comuni.

L’opera di riscrittura è in realtà partita già da luglio 2021, quando lo stesso Bezos, insieme al fratello Mark e a un giovane passeggero civile, ha volato 65 miglia sopra il Texas atterrando al sicuro poco più tardi.

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Eccolo, forse, il primo, fondamentale turning point di questa corsa allo spazio. In una power move straordinaria, Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, ha deciso di correre i rischi del lancio sulla sua pelle, nel tentativo di costruire una nuova narrativa dell’esplorazione spaziale. In questo modo ha dimostrato, ad esempio, la stabilità dei motori di Blue Origin, agli antipodi rispetto alle vere e proprie bombe volanti del programma Apollo (sinonimo, non a caso, di viaggio interstellare nell’immaginario collettivo). E così, mentre è lo stesso Bezos ad infilare i primi tasselli di una contronarrativa del viaggio nello spazio, sempre meno rischioso, sempre più emozionale (“Best day ever”, dichiarerà, felice, al rientro sulla Terra), nel giro di due mesi sferra il colpo di grazia alla concorrenza coinvolgendo William Shatner, già corteggiato da Virgin Galactic, in uno dei prossimi voli turistici di Blue Origin.

È un nuovo, centrale momento per la costruzione dell’immaginario spaziale brandizzato Amazon. Lo spazio, infatti, non è più soltanto una dimensione rassicurante (abbastanza da garantire a un novantenne l’incolumità, almeno), ma è caratterizzata sempre più da un certo alone di glamour e pop: è il luogo in cui essere, è la dimensione instagrammabile per eccellenza, è dove l’epopea del capitano Kirk diverrà reale. Non è un caso, forse, che la prima testata a dare la notizia del volo sia stata TMZ. Dal momento in cui l’attore è stato coinvolto nelle operazioni la strategia comunicativa di Blue Origin ha alzato il tiro all’insegna di uno storytelling sempre più votato ad un ripensamento positivo dello spazio. L’equipaggio ha dovuto affrontare appena due settimane di addestramento alla missione, un impegno minimo rispetto agli astronauti professionisti e ha potuto contare su sistemi di volo automatizzati; al contempo, l’attore ha potuto godersi l’esperienza seduto comodamente in una capsula dalle linee minimali, ben lontana dai tradizionali, angusti abitacoli circondati da comandi e controlli.

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Blue Origin e Jeff Bezos hanno costruito la narrativa luminosa che cercavano ma, in prospettiva, ripulita dall’alone patinato che la circonda, l’operazione del 13 Ottobre non tarda a mostrare più di una crepa.

Si è lavorato a tal punto sull’immaginario, sulla percezione della missione che la rappresentazione ha inglobato una realtà più ambigua delle attese. La reazione sincera di Shatner è stata forse l’unico exploit genuino di un’iniziativa che non è riuscita mai a liberarsi di un alone effimero, in cui anche l’esperienza dell’antigravità, brevissima, è sembrata un freddo fenomeno laboratoriale. L’accento sulla dimensione emotiva del viaggio rimane sullo sfondo, nei brief dei marketing strategist, una mission che suona paradossale sulla bocca di un imprenditore che da anni punta alla spersonalizzazione e all’immersione totale nel mondo digitale.

Quello di Bezos è un viaggio spaziale senz’anima, dominato dalle immagini (le sequenze del volo di Shatner, non a caso, faranno parte di un documentario) e ulteriore occasione per un simbolico dominio del mondo, rimarcato, forse, dalla presenza nella capsula dei responsabili di una società di imaging della Terra.

E così, se è vero che lo spazio diventa sempre più parte del nostro reale, è altrettanto vero che la missione Blue Origin ha finito per trasportare nello spazio alcune delle escrescenze più ambigue del nostro presente, dai boomer, figure centrali di certi estremismi di internet (è a loro che Bezos si rivolge, sono loro che sognavano questo tipo di esplorazione spaziale) alla controversa gestione del programma Blue Origin, i cui tecnici sembrano essere costretti a sessioni massacranti di crunch per battere la concorrenza, pena il licenziamento.

Il mondo proposto da Bezos non esiste e, forse, non esisterà mai in purezza (neanche ad Asgardia?), peccato che, ancora, nessuno se ne sia accorto e il turismo spaziale, proprio dopo il folle volo di Kirk, abbia assistito ad un vero e proprio boom di prenotazioni

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