Jeong-sun, di Jeong Ji-hye

Attacca con forza le condizioni precarie in cui si trova a (soprav)vivere un’operaia coreana. Costretta a ingoiare le più turpi ingiustizie, per poter assaporare il gusto di una vita normale. Concorso

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I discorsi critici sul cinema coreano presentano generalmente una miopia diffusa, nei modi in cui sintetizzano lo scheletro intero della cinematografia nelle sue sole configurazioni industriali, senza considerare il resto. Tutto ciò che si situa al di là di quel confine di genere che ha permesso all’industria locale di conquistare fette di pubblico sempre più trasversali e cosmopolite, non sempre è stato oggetto della stessa enfasi analitica, malgrado l’importanza sociologica. Rispetto alla sequela infinita dei prodotti industriali, che tanto dicono sullo stato dell’arte del paese, esiste nel contempo un’ampia forbice di testi drammatici dalla natura fortemente sociale. In questo senso film come Aloners, Rolling o A Leave fanno dei (micro)drammi esistenziali gli strumenti iconografici per indagare, attraverso il cinema, le condizioni di vita quotidiana della working-class coreana, alle prese con le sfide giornaliere dell’economia capitalista. Un approccio a cui questo Jeong-sun certamente non si sottrae. Anzi. Ne sottolinea i fenomeni critici già a partire dal più che esplicativo titolo. Quasi a prefigurare la sua omonima protagonista quale metafora delle tribolazioni ordinarie vissute dalla classe subalterna del paese.

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Il personaggio di Jeong-sun (Kim Keum-soon) si pone allora come segno e codice di ogni istanza comunicativa del racconto, cadenzato com’è da microeventi che riflettono la propensione del film ad inquadrare la vita di una comune operaia nella sua cornice quotidiana. Nell’aspetto, come nella personalità, infatti non ha nulla che la renda particolarmente memorabile. A lavoro non emerge o spicca sugli altri, e trascorre le giornate con grande leggerezza, tra pranzi con i colleghi e le solite mansioni da svolgere in fabbrica. Tutto sembra cristallizzato in un’atmosfera statica ed immobile, fino a che il suo amante non diffonde su internet un video intimo in cui canta seminuda sul letto. A quel punto tutto cambia. E nel raccontare la dissoluzione emotiva di una donna calpestata dalla vita, Jeong-sun rivela il suo spirito più oltranzista e socialmente impegnato. Trovando nel corpo della protagonista il veicolo immaginario del suo universo tematico. Da cui si snoda ogni filamento critico.

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Proprio come in Liz e l’uccellino azzurro, anche qui il debuttante Jeong Ji-hye fa passare l’evoluzione emotiva di Jeong-sun attraverso la prossemica. Agli atteggiamenti disinvolti e sboccati della prima parte, segue di fatto un’introversione progressiva dei comportamenti, mano a mano che la donna sprofonda nella sua reclusione “volontaria”. Non è un caso che la protagonista si presenti in commissariato con una coperta sulla testa, o che celi la sua presenza mentre la figlia entra in casa. Quasi ad occultare la verità di un corpo che l’ha tradita nell’istante stesso in cui si è mostrato come “osceno”. E malgrado la semplicità espressiva con cui si apre allo spettatore, il film attacca con forza le condizioni precarie in cui si trova a (soprav)vivere un esponente comune della working-class coreana. Costretto ad ingoiare le ingiustizie più infami, pur di poter assaporare il gusto di una vita normale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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