Jessie Buckley – Il volto della rabbia femminile
Con il successo internazionale di Hamnet, l’attrice irlandese è ora sotto ai riflettori. Eppure i suoi ruoli rivendicano da anni l’attenzione per il vissuto delle donne, nella bellezza e nel dolore
“‘Non dimenticare che anche tu sei una novità quando diventi madre’, mi è stato detto. Si presta molta attenzione al bambino, ma il tuo rapporto con il mondo è nuovo, il tuo rapporto con il tuo partner è nuovo, il tuo rapporto con il lavoro è nuovo”. Jessie Buckley è da pochi mesi diventata madre, proprio in uno dei periodi più impegnativi della sua carriera, tra candidature, premi e tutti i “frutti da raccogliere” per le sue due più recenti interpretazioni, Hamnet. Nel nome del figlio e The Bride!. Per chi è familiare con il suo percorso, la maternità risulta una fase quasi simbolica per ciò che l’attrice ha rappresentato e rappresenta sugli schermi. Per lei, che ha sempre dedicato carne e spirito alla complessità dell’essere donna.
Sua madre, invece, lavora come vocal coach in una scuola-convento femminile a Thurles, la stessa che Buckley ha frequentato da piccola e dove è iniziato il suo cammino nelle arti. Interpretava soprattutto personaggi maschili nelle produzioni scolastiche, come Tony in West Side Story. Crescendo ha dato spazio anche ai suoi talenti musicali, studiando arpa, pianoforte e clarinetto alla Royal Irish Academy of Music, ma presto è entrata in un periodo di depressione che l’ha spinta ad allontanarsi (elemento che ricorda il suo personaggio in Men) e a raggiungere Londra: “Non ero pronta ad andare all’università, ero persa. Durante l’anno sabatico sono andata a Londra per provare a entrare in una scuola di teatro musicale ma non ci sono riuscita“, affermava poche settimane fa in un’intervista per la CBS. Poi, però, la svolta: partecipa a un audizione per I’d Do Anything, un talent show incentrato sulla ricerca di una Nancy per l’opera teatrale Oliver!. Buckley raggiunge la finale, e da lì la sua carriera prende il volo.
Dopo i primi ruoli nel cinema che le valgono la notorietà locale, la sua traiettoria cambia con Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman. Da qui, in pieno allineamento con l’ascesa del marchio A24 e dei suoi temi cardine, l’attrice si dedica a una lunga serie di personaggi femminili accomunati dallo svisceramento del trauma: nella fattispecie, l’esasperazione verso la vita che si ritrovano a vivere, ma soprattutto verso il sistema che le ha costruite. E, per tornare alla maternità, ne è un grande esempio la giovane Leda Caruso in The Lost Daughter, una donna talentuosa, ambiziosa e intraprendente ma sufficientemente responsabile da dare la priorità alle figlie nella totale assenza fisica ed emotiva del padre. Finché anche lei non ne può più. Di fronte all’opportunità di mettere sottosopra la sua quotidianità (e quindi il sistema), di godere di una liberazione sia pragmatica che relazionale, sessuale, la sua frustrazione interiorizzata non ha più redini e, nell’atto estremo dell’abbandono, l’umanità del personaggio divampa realmente. Jessie Buckley dona l’audacia necessaria a ognuna di queste sfumature, una ferocia puramente femminile che ritorna in tutti i suoi personaggi, spesso isolati, incompresi e colmi di rabbia. “Jessie è una bestia. Ci sono pochi attori e attrici così, è un animale selvaggio” commentava la regista Maggie Gyllenhaal a Cannes prima di assegnarle il trofeo Chopard.
Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo

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In questo senso, Buckley è davvero il volto della rabbia femminile nel cinema contemporaneo. Ha l’intelligenza emotiva e l’intensità adatte a farsi carico dell’enorme fardello ereditato dal suo genere. In Women Talking – Il diritto di scegliere di Sarah Polley, l’irlandese interpreta Mariche, la donna più conservatrice della sua comunità mennonita, la più rancorosa verso gli uomini che stavano stuprando e picchiando lei e le altre. Anche qui madre di una figlia, nelle riunioni per discutere come reagire alle violenze fatica a mantenere un equilibrio: mentre Salomè (interpretata da Claire Foy) è apertamente ostile ma finisce per consumare la sua fiamma molto presto, Buckley dona a Mariche un tesissimo equilibrio tra la volontà di aprirsi alla compassione che la sua fede le imporrebbe e il rancore che prova nel cuore. E come se non bastasse, la sua rabbia, talvolta troppo intensa per essere contenuta, la isola dalle compagne: il suo corpo è sempre di spalle, sempre lontano dal punto macchina in una posa che restituisce distacco e arrendevolezza. Mariche è un pendolo che oscilla tra la profonda frustrazione verso il sistema, lo sconforto dato dall’isolamento ideologico e il bisogno di comprensione e accettazione da parte del gruppo, il microcosmo personale più autentico del film che l’attrice riesce ancora una volta a reggere sulle spalle, pur avendo poco tempo di scena.
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In Men, i discorsi sul corpo e sull’esperienza femminile proseguono, ma non si espandono. Nel film interpreta Harper Marlowe, una giovane donna che parte per una vacanza in campagna per elaborare il suicidio del marito. Nonostante il suo personaggio non la aiuti affatto, Buckley riesce comunque a caricare il film della sua intensità scenica, sia nel suo passato coniugale pieno di urla e violenza (tanto psicologica quanto fisica), sia nel suo presente di silenzi, passeggiate e osservazioni. “Ogni volta che interpreto una di queste donne, sento che il mio spazio nel mondo cresce. Interpretare questi ruoli mi dà vigore, perché quando capisci i loro “nodi” ti dà catarsi, sollievo, ti dà più connessioni. A volte mi tengo addosso un guscio e queste donne mi aiutano a romperlo”. E, in qualche modo, in ogni suo personaggio si evincono la presenza e la forza di tutte queste donne, di questi vissuti, di ogni sofferenza e rivendicazione: un’intangibile, ma reale manifestazione di solidarietà femminile.
In Hamnet. Nel nome del figlio, l’attrice originaria torna a confrontarsi con il lutto come aveva fatto in The Lost Daughter. Nel caos di un film fortemente lirico e teatrale come il suo soggetto, Agnes e William (Paul Mescal) rimangono divisi dal lutto perché hanno modalità differenti di affrontarlo, e devono trovare il modo di ricongiungersi. Buckley ha confessato di essersi persa per interpretare Agnes: “perdersi è stato parte del processo. Ricordo di aver pensato ‘in realtà, forse è profondamente umano perdersi’. E se posso metterlo in mostra, che sia così“, ha dichiarato. “L’umanità non è altro che cercare di ritrovarsi in un momento in cui si è in frantumi. Essere umani è un casino“. D’altronde, nessuno meglio di lei oggi ci ricorda la complessità del genere umano, abbracciandone i lati comodi e sgradevoli con egual rispetto. Abbracciandone soprattutto la frustrazione, la rabbia che caratterizza la vita di chi è oppresso dal sistema, anche nelle forme più dimenticate.






















