Jia e Apichatpong: è già il tempo di un Covid-19 Cinema Manifesto?

Nello scambio epistolare pubblicato da Filmkrant.nl, Jia Zhang-ke e Apichatpong Weerasethakul concordano su una rinnovata ontologia della fruizione: il cinema si modificherà in seguito alla pandemia

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La galassia massmediale, investita prepotentemente dal lockdown, continua ad interrogare sé stessa e i suoi confini epistemologici alla ricerca di nuovi modi per raccontare l’incerto presente. Dopo essere stati fulminati dalla geniale idea che le soap-opera possono trovare nuova valvola di sfogo semantico su Zoom ecco che il recente carteggio tra due dei registi più importanti di questa generazione allarga filosoficamente la questione fino a farne motivo di riflessione palingenetico. Svanito il tempo delle madeleines proposte ancora recentemente da Pedro Almodóvar, la lunga quarantena e l’incerta riapertura dei set hanno spinto il 20 Aprile Jia Zhang-ke a scrivere una lettera pubblica, rilanciata su Filmkrant.nl che fornisce il suo punto di vista sulla questione. Il regista esordisce raccontando dello sballottamento subito il 4 Marzo quando è passato dal caos della Berlinale (dove presentava il suo ultimo Swimming Out Till the Sea Turns Blue) all’isolamento di quattordici giorni impostogli a Pechino per chi arrivava dall’estero. Nonostante letture, social e pulizie del salotto ben presto si stanca di questa vita sentendosi come un cane vagabondo improvvisamente ingabbiato. Prendendo a prestito il preclaro incipit di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez egli scrive che “Molti anni dopo, mentre affrontavo la pandemia di coronavirus, dovevo ricordare quel lontano pomeriggio in cui mio padre mi portò a scoprire il cinema“. Così i ricordi sulle visioni in grandi sale vengono affiancati a quelli dei suoi esordi, tecnologicamente molto diversi da questi. Fino ad una coraggiosa presa di coscienza dell’intrinseca differenza sociale tra i vecchi e i nuovi media: “L’invenzione della pellicola cinematografica univa insieme le persone ma i nuovi media fanno l’opposto. L’attuale pandemia ha disperso gli individui dagli agglomerati sociali, isolando ciascuno di noi da cinema, caffetterie, uffici e stadi“. Ma lo spunto più interessante che mette con limpidezza nero su bianco il sentire comune è che come la guerra ha cambiato la sensibilità dei registi che l’hanno vissuta così tra qualche anno potremo forse dire che “Ci sono due tipi di registi al mondo: quelli che hanno vissuto la pandemia Covid-19 e quelli che non lo hanno fatto“. Il corto di 3 minuti Visit realizzato durante i giorni di reclusione commissionatogli dal Salonicco Film Festival gli ha fatto riprovare come in passato l’emozione di tenere in mano una telecamera e dato la forza di poter concludere che “Spero che potremmo presto ritornare al cinema, sederci insieme, spalla a spalla“.

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Alla lettera di Jia Zhang-ke risponde sempre su Filmkrant, toccato dall’emozionante chiusa, il regista thailandese Apichatpong Weerasethakul. Per lui il film è un viaggio a tappe scandite dalla narrazione impressa: “Un film è un viaggio in sé. Ci conduce verso differenti punti drammatici. Lungo il percorso che porta a questi punti ci sono dei riempitivi che funzionano come mini-mete. Più un regista è in grado di riempire il percorso senza interruzioni e far dimenticare al pubblico il tempo, più si avvicina all’arte cinematografica“. Da questa visione ecco gemmare la suggestione più forte del suo scritto: forse i due mesi di forzato immobilismo hanno già cambiato il rapporto dello spettatore col tempo. Forse egli non riesce più a seguire le stesse strutture audiovisuali di prima, incentrate su chiarezza e velocità, e adesso rifiuta riempitivi e destinazioni: “Poi verranno introdotti ai film di Béla Tarr, Tsai Ming-Liang, Lucrecia Martel, forse Apichatpong e Pedro Costa, tra gli altri“. Potrebbe affermarsi il bisogno di un nuovo tipo di cinema, ancora più lento di quello sperimentato nei decenni scorsi da questi autori: “Un Manifesto del Cinema Covid-19 (CCM) dovrebbe essere stilato affinché il cinema si liberi dalla sua struttura e dal suo viaggio“. Qui Apichatpong Weerasethakul indugia sui caratteri pandemici che questo Cinema porterebbe con sé fino ad arrivare alla proliferazione di fantomatici “Nothing Film Festival™“. La chiusa della lettera smentisce però la sua stessa provocazione. L’uomo nonostante tutto vorrà ancora comprimere il tempo reale in inquadrature come fa egli stesso in questo peculiare haiku finale: “Un treno si avvicina alla stazione. I suoi ingranaggi si muovono fuori frame verso sinistra. Le persone sulla piattaforma salutano i passeggeri mentre scendono. La ripresa dura 50 secondi. In un giorno assolato si apre una porta e gli operai escono da una fabbrica per 46 secondi“.

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