Jimmy P., di Arnaud Desplechin

Benicio Del Toro in Jimmy P.Non è il classico film sulla psicanalisi anche se ci si immerge dentro come una seduta. Anzi in Jimmy P il luogo dove s’incontrano il dottore e il paziente non sembra neanche una stanza. Potrebbero essere trascinati in uno dei posti attraversati nel passato da entrambi. Anche in un altro tempo. L’ospedale militare di Topeka, nel Kansas, diventa quindi solo il fulcro da dove partono le visioni e le ossessioni. La malattia come elemento di creazione.

Ispirato a una storia vera e tratto dal lavoro dell’antropologo, etnólogo e psicanalista Georges Devereux Psychothérapie d’un Indien des planes, Jimmy P. è ambientato alla fine della Seconda guerra mondiale e precisamente nel 1948. Jimmy Picard è un indiano della tribù dei Piedi Neri che ha combattuto in Francia e che accusa diversi malesseri: cecità temporanea, perdita d’udito, vertigini. Viene così  ricoverato in un ospedale specializzato per le malattie del cervello. Non rintracciando cause psicologiche, si pensa inizialmente che sia schizofrenico. Poi viene chiamato in soccorso Georges Devereux .

Non uno contro l’altro ma uno vicino all’altro. Una bella sfida, vinta pienamente, quella di Arnaud Desplechin il cui ultimo film, Racconto di Natale, era stato presentato in concorso proprio qui a Cannes nel 2008. Da una parte Benicio Del Toro, dall’altra Mathieu Amalric. Due attori totalmente diversi così come lo sono Jimmy Picard e Georges Devereux. E la loro progressiva complicità sembra nascere proprio dalla totale diversità.

Jimmy P. può apparire inizialmente più trattenuto, ma poi si entra progressivamente nel cinema di Desplechin dove ogni parola acquista piena fisicità, diventa arma di un confronto emotivo più che dialettico. E nei confronti dai due protagonisti il film arriva nelle zone insospettabili di Frost/Nixon di Ron Howard proprio nel modo in cui si oltrepassa il contenuto di ciò di cui si sta parlando e si arriva a intravedere frammenti e percezioni del proprio vissuto.

Mathieu Amalric e Benicio Del Toro in Jimmy P.Sono la memoria e il sogno che aprono squarci nell’apparente classicità di un film parzialmente biopic, riportano nei momenti decisivi del passato di Jimmy che si materializza non nella sua oggettività ma come se fosse ricreato, proprio nel momento in cui sta ritornando a galla, dalla sua mente. Quindi il ricordo diventa pura proiezione soggettiva. Questo si può vedere nella presenza del bianco che circonda Jimmy in un sogno o nella corsa nel prato.  

C’è in Jimmy P. anche tutta la dimensione teatrale e il senso dello spettacolo che caratterizza il cinema di Desplechin. E lo spettacolo dei burattini, l’associazione dei loro dettagli con i pensieri  di Jimmy, può riportare anche nelle zone di Esther Kahn. Ma al tempo stesso questo è anche il suo film più ‘truffautiano’, tra lo studio su un corpo di Il ragazzo selvaggio e la lettera scritta da Jane, la donna che doveva sposare Jimmy, prima della morte, che è quasi una provvisoria reincarnazione di Adele H.

E se Mathieu Amalric è ormai attore fisso del cinema di Desplechin – sono al quarto film insieme in una collaborazione iniziata nel 1996 con Comment je me suis disputé…(ma via sexuelle)Benicio Del Toro sembra aver fatto parte da tempo del suo cinema. E la sua interpretazione conferma ancora una volta il suo incredibile trasformismo.

 

Titolo originale: Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian)
Regia: Arnaud Desplechin
Interpreti: Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee, Larry Pine, Joseph Cross
Origine: USA, 2013
Distribuzione: BIM
Durata: 117'