Joe Bass l’implacabile, di Sydney Pollack

A distanza di più di 50 anni, il film funziona ancora, nei suoi principi anticonformisti e nel suo implacabile ritmo. Burt Lancaster è affiancato da uno straordinario Ossie Davis

Quando si elencano i film che hanno rivoluzionato il western americano vengono subito in mente titoli come Piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn e I compari (1971) di Robert Altman. Ma solo qualche anno prima era sbarcato nelle sale Joe Bass l’implacabile (1968), opera terza di un trentenne formatosi in televisione di nome Sydney Pollack. Lo spunto è semplice: un cacciatore di nome Joe Bass viene costretto da un gruppo di pellerossa ad accettare lo schiavo Joseph in cambio delle pellicce faticosamente raccolte durante l’inverno. In seguito, mentre l’uomo cerca di riappropriarsene, gli indiani vengono a loro volta derubati da una banda di bianchi cacciatori di scalpi.

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Non è un caso che in originale il film si chiamasse The Scalphunters in quanto, a discapito della centralizzazione del protagonista nella traduzione italiana, l’intento era piuttosto quello di diversificare i punti di vista sulla vicenda creando un certo scompiglio. Si tratta infatti di un film sulla frontiera solo in apparenza tradizionale, mirato in verità al rovesciamento degli stereotipi morali (ladri e direttori di banca sono uguali) e razziali (il nero parla latino mentre il bianco non sa leggere). Il vile denaro muove ogni basso istinto e qualifica gli uomini mettendoli sullo stesso piano, proprio come la passione per belle donne e whisky.

Nella democrazia del peccato di Pollack non c’è spazio per la retorica che annebbia numerose pellicole dell’epoca. Anzi, per evitare di cadere nella trappola della militanza il regista scelte la via della farsa, componendo alcuni momenti comici riusciti. Altri non sono invecchiati altrettanto bene, come le scene in cui Bass sgrida il suo cavallo o quelle in cui lo schiavo riflette ad alta voce rivelando dettagli che dovrebbero rimanere nascosti ai presenti. Nel complesso però il film funziona ancora, nei suoi principi anticonformisti e nel suo implacabile ritmo.

Prodotto da Arthur Gardner, Arnold Laven e Jules V. Levy, noti per aver portato proprio in quegli anni le praterie sul piccolo schermo con La grande vallata (1965-1969 su ABC). Joe Bass è interpretato da Burt Lancaster, in un ruolo per ingenuità e testardaggine vicino al suo Il kentuckiano (1955), affiancato da uno straordinario Ossie Davis, un inaspettato Telly Savalas e dalla già due volte premio Oscar Shelley Winters. L’attore protagonista tornerà a lavorare con Pollack per Ardenne ’44, un inferno (1969), ma poi verrà sostituito da un nuovo feticcio chiamato Robert Redford, con il quale condivide la fisicità e una certa smorfia. Il nuovo decennio si aprirà infatti con Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (1972), altro western atipico che da Joe Bass l’implacabile sembra in qualche modo riattivare i presupposti come quest’ultimo dava l’impressione di riecheggiare alcune dinamiche de La parete di fango (1958) di Stanley Kramer. Istantanee folgoranti da un tempo in cui il cinema americano era ancora un sistema complesso e stratificato di rappresentazione.

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Titolo originale: The Scalphunters
Regia: Sydney Pollack
Interpreti: Burt Lancaster, Ossie Davis, Telly Savalas, Shelley Winters, Dabney Coleman
Durata: 102′
Origine: USA, 1968
Genere: western

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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