Joseph Gordon-Levitt. My name is Joe

Già da quel cognome composto, nato dalla fusione a caldo nei nomi del padre e della madre, si può capire chi sia Joseph Gordon-Levitt e da che mondo provenga. Figlio della contestazione degli anni settanta, con due genitori militanti alla sinistra del Partito Democratico, che si sono conosciuti e innamorati tra scontri di piazza e manifestazioni, l’attore californiano è cresciuto in una famiglia sanamente liberal, aperta alla cultura e capace di convivere, non senza dolore, la scomparsa di un proprio membro (il primogenito David, fotografo acclamato morto di overdose). E’ stato grazie alla protezione lungimirante dei propri cari che Joseph è sopravvissuto incolume alla propria carriera di giovane star del cinema. Gordon-Levitt, infatti, incomincia prestissimo il suo lavoro nel cinema, esordendo nel 1992 nel melò-western di Robert Redford Nel mezzo scorre il fiume. Da qui partono tantissimi piccoli ruoli come ragazzo sognatore e un po’ scapestrato. Figlio di Demi Mooretestimone minacciata dalla mafia (Il Giurato) o mascotte speciale di una squadra angelica di baseball allenata da Danny Glover (Angels), l’acclamazione arriva con la partecipazione alla sit-com Una famiglia del terzo tipo dove, entrato nelle case americane, diventa un volto noto a tutti. Detto cosi sembra essere stata semplice la vita di Joseph, giovanissimo attore dalla famiglia agiata e “ammanicata” (il nonno Michael Gordon era un regista alquanto affermato). Eppure quanti sono stati i suoi colleghi, divi bambini che Hollywood ha portato alla ribalta per poi abbandonare alle proprie derive tossiche e alcoliche (i martirizzati Macaulay Culkin o Brad Refno sono solo la punta di un iceberg funebre). La Walk of Fame è, infatti, edificata anche sulle carriere putrescenti di questi ex simpatici piccoli talenti.

Il nostro Joseph, invece è riuscito a smarcarsi da questo destino già scritto, a destreggiarsi tra ruoli e film, scegliendo di inventarsi come musa per un nuovo cinema americano, diviso tra low-budget e ambizioni mainstream. Allacciando la propria fortuna a quella di una nuova generazione di cineasti, quei figli del Sundance Festival (torna Redford, nume tutelare per le molte scelte) che hanno saputo modificare (in peggio?) il panorama indipendente U.S.A. passando dalla radicalizzazione cinematografica al compromesso. Ed è stato cosi che Joseph Gordon Levitt si è vestito dell’abito da bravo ragazzo, con quel sorriso sereno, incastonato tra due fossette scolpite, con cui si è presentato al pubblico internazionale. Per tutti Joe (chiamiamolo cosi, siamo in confidenza) è il ragazzo che le mamme vorrebbero, l’amico saggio e responsabile con cui andare a prendere una birra al pub sotto casa, ma senza fare tardi che domani mattina presto c’è lezione all’università. L’attore è ormai quel fidanzato, tormentato dall’amore, con cui le ragazze smettono di giocare dopo aver passato 500 giorni insieme o alla prima difficoltà, quando le possibilità di futuro sono al 50 e 50. Questo è, ormai, l’abito cinematografico di Gordon-Levitt. Sappiamo bene che l’attore di Los Angeles non è solo un bamboccio dal bel viso. Sempre affamato di nuove sfide, il nostro ha provato davvero a fare il muso cattivo, a gonfiare il petto atteggiandosi a bad guy.  Ma qualcuno lo ha trovato credibile, nonostante il talento, nei panni del metallaro tossico (Hesher è stato qui!), del balordo di periferia (Killshot) o addirittura come Cobra Commander (G.I. Joe – La nascita dei cobra)? Anche quando riesce a togliersi la maschera, con le lenti a contatto e il troppo make-up di Looper, Joe non può esimersi da fare la cosa giusta, fino al sacrificio, sempre per amore di una donna. Joseph, purtroppo per lui, oggi non può essere altro che il socio elegante di un ladro di sogni come Leonardo Di Caprio o il Robin di qualche altro Batman/Christian Bale. O, ancora, presentarsi sempre come il figlio di qualche padre dalla statura presidenziale (Lincoln).

Eppure il suo debutto alla regia, dopo tanti corti preparatori, dimostra che i tempi sono maturi per spiccare il volo. A differenza di tanti suoi colleghi e amici, Gordon-Levitt e il suo Don Jon, il suo personale e divertente Shame, dimostra che, per essere un regista, basta amare il cinema, essere umili e avere la voglia di raccontare una storia, senza intellettualismi o ambizioni boriose (James Franco ci stara leggendo?).  I dialoghi scoppiettanti, il tema borderline e la direzione degli attori (soprattutto le due splendide attrici, migliori dei loro ruoli) sono la prova che il ragazzo abbia qualcosa da dire. Il momento per svincolarsi da ruoli riduttivi per diventare finalmente un uomo è arrivato. I modelli recitativi sono sempre stati palesi. Si è parlato di un giovane Tom Hanks mentre altri hanno visto in lui molto dell’edificante Harry Fonda di Alba di Gloria (di nuovo Lincoln). Speriamo che Joe sappia reggere i paragoni.

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