Joy, di David O. Russell

Il cinema vintage di O. Russell continua a non convincere. Qui si ha costantemente l’impressione di un film monco, “strizzato” ben bene al montaggio come un mocio sempre pronto al riuso

David O. Russell (si) ricicla ormai cronicamente. Il suo cinema sembra essersi perso in un vicolo cieco senza sbocchi o prospettive, senza più stupirsi o stupire, concependo solo la chirurgica ri-messa in scena del passato con maniacale ricostruzione. Persi per strada (ahinoi) anche quei residui di sincero sguardo sul mondo che si intravedevano in The Fighter o Il Lato Positivo, si arriva ora a questo stanchissimo esercizio di modernariato cinematografico dal nome Joy. Si inizia da una soap opera in bianco e nero che viene prima interrotta scorsesianamente da I Feel Free dei Creem (!), poi da un cine-racconto evidentemente wellesiano che introduce la protagonista (!!), infine addirittura citando apertamente i movimenti di macchina dell’inizio di Citizen Kane (!!!). È nuovamente sull’asse Scorsese-Welles che l’immaginario cinefilo di O. Russell prende forma, muovendosi questa volta nelle coordinate del più classico degli american dream “inquadrato” dagli occhi della cinefilia di Serie A.

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Joy (Jennifer Lawrence) è una sognatrice-creatrice risucchiata dalla soap opera della sua complicata famiglia per 17 lunghi anni. Ha una madre reclusa e drogata di Tv (Virginia Madsen); un padre irascibile e immaturo (Robert De Niro) sempre alla ricerca di nuove donne con cui convivere (Isabella Rossellini); un ex marito cantante (Edgar Ramirez) che vive nel seminterrato di casa provando le sue canzoni in stile Tom Jones; infine una nonna adorata (Diane Ladd) che le ricorda la forza del sogno americano narrando in voice over. Joy, allora, deve evadere da quelle mura e credere finalmente nelle proprie intuizioni: la semplice idea del Miracle Mop (italianizzando, “il mocio”) può cambiare la vita di ogni casalinga, ma come fare per arrivare nelle loro case? Ci vuole l’iperrealtà della Tv: il film esplora la nascita delle televendite nei primi anni ’90 che sfruttano appieno i trucchi del cinema classico per far identificare lo spettatore. E non a caso il tykoon del piccolo schermo (Bradley Cooper) cita costantemente David O. Selznick e Jack Warner come modelli: il sogno americano è diventato un set rotante e kitsch nel quale la gente comune può pubblicizzare su grande scala il proprio piccolo oggetto rivoluzionario. Ovviamente non tutto va per il verso giusto e i turning point arrivano puntuali come un orologio svizzero (tanto per citare ancora Welles…) mettendo a dura prova la resistenza della nostra self made woman.

joy3E allora: i referenti di O. Russell sono chiari, i suoi intenti anche di più, in questo rutilante American Hustle della working class con Jennifer Lawrence (sempre più di maniera) pettinata alla Gena Rowlands e pedinata come una novella woman under the influence. Il problema, però, è che noi spettatori ci sentiamo lontani anni luce dalla sublime levità di sguardo di John Cassavetes o dall’irruento I Feel Free del primo Scorsese. O. Russell sembra aver totalmente abbandonato i suoi felici esperimenti sull’immaginario popolare (Three Kings) per guardare il mondo solo con occhi altrui, con immagini prestate, in uno slancio museale e vintage che si fa sempre più sterile di film in film.
Joy diventa così un tour de force tra vari step di sceneggiatura, mondi-set, stadi di storia del cinema, generazioni di grandi star a confronto e filologici riferimenti musicali, arrivando addirittura a (in)vestire la protagonista di echi tarantiniani da donna-vendicativa in salsa pulp. Ma nonostante l’innegabile maestria nella messa in scena si ha costantemente l’impressione di un film monco, “strizzato” ben bene al montaggio come un mocio pronto al riuso, con le smorfie ben calibrate della Lawrence sempre al punto giusto e gli uno-due recitativi di De Niro e Cooper assestati a dovere. Insomma: il catalogo patinato di un bravo venditore che non ha mai il tempo di emozionarci o stupirci per davvero. Non c’è mai vera gioia nel film(are) di O’Russell e si fa sempre più fatica a trovare il lato positivo

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Titolo originale: id.
Regia: David O. Russell
Interpreti: Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Robert De Niro, Virginia Madsen, Elisabeth Rohm, Dascha Polanco, Isabella Rossellini, Edgar Ramirez, Drena De Niro, Diane Ladd, Jimmy Jean-Louis
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 124’
Origine: Usa, 2015

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