Julia Roberts, la memoria del cuore

julia roberts in notting hillEpigrafica, gli occhi sulla strada arroventata e liscissima della grandi pianure che sono uno stato della mente like the blues, Julia Roberts le percorre con l’odio solido e muto di una figlia. Grazie a Dio non possiamo prevedere il futuro, non ci alzeremmo dal letto. Prima di buttare a terra piatti e casseruole, prima di accomodarsi alla tavola funebre del rimosso urlato, prima di rotolarsi sul pavimento della sala nell’isterica scena madre che probabilmente le regalerà il secondo Oscar della sua carriera, la Roberts di I segreti di Osage County è il profilo affilato del risentimento, stagliato sul panorama livido che la riporta nella gabbia.

Nella grande casa buia dove la morte era un sentimento con cui convivere prima che un fatto da accettare. Non è mai stata così brava, dicono, ed effettivamente mai è stata così incattivita ossessiva e tesa, rapace e vittima in un cerchio tragicamente inconcludente di morsi sempre più feroci. Se ci riconosciamo nell’antropofagia stremante portata in scena da John Wells e Tracy Letts, il merito è quasi tutto suo. Al di là della performance di grandissimo appurato istrionismo fornita da Meryl Streep, Julia è il cuore logorato nell’America profonda, l’atto finale del suo personaggio che ci ha promesso il riscatto da un cornicione della periferia losangelina e poi si è incamminato nel Midwest del melodramma (Un segreto tra di noi). Julia Roberts è uno stato della mente, come le grandi pianure e like the blues.

julia roberts in i segreti di osage countyDivina eppur terrena, tuttora più credibile in vestaglia e sneakers pronte a correre che in abito di gala, sorriso bigger than life aperto di generosa naiveté, è il volto di commedie romantiche che oggi paiono scritte su misura della sua corroborante freschezza, del suo prezioso amalgama di dolcezza e tenacia. Garry Marshall disse che sembrava un incrocio tra la Hepburn e Bambi, e non riusciva a star seduta sulla sedia. Prostituta di strada col filo interdentale nella borsetta, attrice di blockbuster ambientati nei fantamondi che s’innamorava dell’uomo che amava Henry James, Julia figlia di comuni lavoratori della Georgia ha sfondato con grazia la parete della surrealtà adattandola alle nostre quotidiane ambizioni. La ragazza che voleva la favola, sprofondata in una vasca di bolle di sapone come una bimba in una piscina di palline colorate, è soprattutto l’attrice che ha messo il cuore davanti a tutto: portando sullo schermo figure femminili potenti e frangibili, adolescenti pizzaiole estive che desiderano solo l’amore e mogli tradite e fiere, avvelenate e quasi letteralmente velenose; eroine socialmente improbabili e dive sovraesposte e impetuose della porta accanto; combattive madri incolte di periferia e spose insicure che fuggono a cavallo non prima di aver vendicato un’offesa con una inguardabile tinta per capelli, migliori amiche che inseguono con folle perseveranza una chimera di gioventù fino all’altare. Semplici ragazze che stanno di fronte a un ragazzo e gli chiedono di amarlo.

Con in mano un Van Gogh originale che non ti estorce scontate considerazioni circa l’altruismo dei ricchi, perché l’amore non è amore senza una capra che suona il violino e se te l’avessero regalata su un tovagliolo di carta da bar sarebbe stata ugualmente bellissima. Julia Roberts è la favola, quella che ti sussurrano a letto da bambina: quella che coinvolge la celebrità e l’economia solo di contorno, perché prima di tutto è una meravigliosa storia d’amore. Le ragazze che sono venute dopo hanno portato più ammiccamenti e schiamazzi, hanno spostato l’asse della questione sentimentale verso una rivincita professionale, una lotta di classe o una brillante schermaglia di cervelli. Julia è stata il cuore che ridimensionava i microdrammi incidentali sempre alla luce di una verità più profonda, autentica, che finiva per essere l’unica possibile. La faccenda della fama non è una cosa reale, sai? Il luminoso sorriso dischiuso nella suite d’albergo di fronte al Richard Gere che per lei sfidava le vertigini, il bacio surreale ma bello dietro al portone blu di Notting Hill, i riccioli scompaginati dal vento sotto il ponteggio che sospendeva sull’acqua l’attimo prima del matrimonio del suo migliore amico. Se ami qualcuno glielo devi dire, altrimenti poi il momento… passa.

julia roberts e richard gere in pretty womanNon è leziosa né scontata, la lezione di Julia, sia che il finale coinvolga una damigella sconfitta & redenta nel suo abito color lavanda impegnata nel ballo “di consolazione”, sia che l’uomo dei sogni, uno stropicciatissimo John Cusack combattuto tra la stella capricciosa egocentrica e infida Catherine Zeta-Jones e la sua semplice fedele sorella-ombra Julia, le si dichiari dopo un rocambolesco involontario tentato suicidio. Incarnazione di un onesto romanticismo anche quando infilata nella satira dello star system, è la ventata di umana freschezza nel meschino micromondo dorato dei Perfetti innamorati: quella che nel mezzo di un commissionato ritorno di fiamma – sempre bruciata a velocità mediatica, telecamere e registratori alla mano – ti evoca divertenti ricordi di gioventù, impagabili momenti di trascurabile felicità dietro le quinte.

Alla faccia del sensazionalismo acceso anche solo con lo sguardo da alcune colleghe, Julia è il sorriso che potrebbe mangiarti intero e invece magicamente ti mette a tuo agio pure nella pellicola che pare il filmino delle sue vacanze (Mangia prega ama). E in quella che la sottopone a uno schifido e perverso botox “naturale” (Biancaneve di Tarsem) non puoi fare a meno di pensare alla sua personale crociata contro la chirurgia estetica. E’ la star che siede a tavola con gli amici del libraio Hugh Grant e combatte per l’ultima fetta di torta, la madre che va al suo Appuntamento con l’amore in divisa affrontando un volo transoceanico per trascorrere meno d’un giorno col suo bambino, la professoressa che insegna alle mogli della futura classe dirigente a reclamare innanzitutto se stesse. Guardate oltre il quadro. Ci ha insegnato che si può vincere la lotteria della felicità eterna oppure perdere l’amore immaginato della vita arrendendosi all’evidenza, che bisogna sempre pretendere la favola (nella tipologia più appropriata al nostro personale gusto per l’improbabile) dai film e setacciare la quotidianità alla ricerca dello stesso luccichio.