Julian Assange, l’estradizione e il paradosso del controllo

L’estradizione verso gli USA è sempre più vicina e, sul corpo-sociale del fondatore di Wikileaks sembra combattersi la battaglia del mondo analogico contro l’impossibilità di frenare l’infosfera

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L’ultima volta ci eravamo fermati qui. Avevamo dedicato a Julian Assange un viaggio tra formati, progetti, opere, pensate da lui o che a lui facevano comunque riferimento.

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Al centro del discorso c’era il corpo politico dell’attivista e la sua progressiva smaterializzazione e ricombinazione all’interno di una dimensione civile da cui è escluso da anni e che, tuttavia, non pare in alcun modo voler comunque abbandonare.

L’occasione era stata un evento inatteso all’interno della sua complessa vicenda giudiziaria. Il 24 gennaio di quest’anno, infatti, Assange era stato autorizzato dall’Alta Corte Britannica ad appellarsi alla Corte Suprema contro la sua estradizione negli Stati Uniti, in cui l’uomo rischia almeno 175 anni di carcere per spionaggio.

Improvvisamente, e contro ogni previsione, uno Stato sovrano sembrava voler tutelare non soltanto il lavoro di un uomo sempre più solo ma anche certi diritti fondamentali e inalienabili della società civile, quello all’informazione e alla verità.

Ma in realtà, in un continuo scaricabarile l’Inghilterra non ha fatto altro che prendere tempo, passando la responsabilità del caso di giudice in giudice, di rappresentante in rappresentante. Così due giorni fa, mentre Assange è ancora rinchiuso a Londra, nell’istituto di massima sicurezza di Belmarsh, la corte inglese ha deciso di confermare la sua estradizione negli Stati Uniti.

Assange

La decisione finale è però rimandata, ancora, come si confà ad una storia che è sempre simile ad una farsa retta dall’importanza politica dei gesti di Assange, costantemente depotenziati, messi in parentesi dal suo calvario giudiziario.

Ora il suo destino è quindi in mano al governo inglese e all’Home Secretary Priti Patel. “La segretaria Patel può mettere fine al calvario di Julian, provando che l’Inghilterra è migliore di tutta questa farsa”. ha commentato Stella Moris, moglie di Assange, nel suo ultimo post sul sito crowdjustice, che nel frattempo ha raccolto circa 210 mila sterline per le spese processuali. Moris è ottimista, non solo non dà peso all’orientamento conservatore della Patel ma anche all’eclatante arresto di Assange del 2019, quando venne trascinato fuori dall’ambasciata dell’Ecuador proprio a Londra, dove si stava rifugiando dal 2012 per evitare di essere estradato in Svezia e venire processato per un presunto caso di molestie sessuali.

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Forse è anche per tutelarsi contro un contesto ostile che Mark Summers, uno degli avvocati dell’attivista, ieri, subito dopo la sentenza, ha affermato che “nuove, importanti prove a favore dell’imputato verranno consegnate proprio sul tavolo della Patel”.

È probabile che le fondamentali evidenze a cui si riferiscono i legali di Assange siano relative alle pressioni a cui proprio gli Stati Uniti hanno sottoposto l’attivista fin dalla nascita di Wikileaks, un approccio che, negli anni, è divenuto sempre più aggressivo, complesso e ambiguo, in equilibrio tra l’ipocrisia e la coercizione.

Pensiamo a ciò che è accaduto a dicembre 2021: Assange è appena stato condannato all’estradizione negli USA, malgrado alcune perizie della difesa avessero appurato la concreta possibilità del suicidio. Washington allora dichiara che non avrebbe sottoposto Assange a misure detentive eccessivamente restrittive e lo avrebbe autorizzato a scontare la pena in un carcere australiano, salvo poi aggiungere di non considerare le condizioni psicofisiche dell’uomo un attenuante alla sua estradizione.

Ma forse i legali di Assange, torneranno su quella strana operazione con cui la CIA, in passato, ha provato a rapire il loro assistito.

Come ricorda Philip Di Salvo, infatti il caso contro Dan Ellsberg, reporter che giocò un ruolo fondamentale nei Pentagon Papers cadde quando ci si accertò che il governo degli Stati Uniti utilizzò metodi illegali per screditare l’operato del Washington Post. Ma è un processo lungo, che, come afferma amaramente lo stesso padre di Assange, riavvicinatosi al figlio proprio quando il processo contro di lui è entrato nel vivo e intervenuto in Ithaka, un documentario in suo sostegno, gli Stati Uniti possono riportare al punto di partenza “appellandosi continuamente, qualsiasi sia l’esito della corte”.

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Perché, in fondo, c’è troppo in gioco, anche per gli USA di Biden, che, malgrado l’afflato democratico, non sembrano voler lasciare andare la preda.

Lo stesso Ellsberg, su Newsweek si chiede il perché di questo mancato dietrofront, intuendo, sottotraccia, che la questione è andata ben al di là del diritto all’informazione. Perché è evidente che per Washington mantenere una posizione di potere sull’attivista significa controllare anche una contemporaneità in cui la verità è sempre più indebolita. Perché se Assange venisse condannato negli USA, se cioé, venisse comprovata l’accusa, considerata debolissima da più parti, che mette sullo stesso piano l’hacking e la divulgazione delle informazioni per fini giornalistici, si metterà in discussione lo statuto della notizia: chi sarà una fonte affidabile? Sarà possibile informare solo attraverso metodi ritenuti canonici? E su cosa si baserà questo canone? Il rischio è quello di un’Apocalisse dell’informazione centralizzata, quella che già si intravede nel linguaggio di certi programmi televisivi di approfondimento, in cui l’inchiesta non esiste e si torna costantemente su elementi e dichiarazioni già note, come in un loop, destinato ad uno spettatore incapace di rapportarsi con l’informazione.

Ma l’MSNBC è addirittura più pessimista. Frank Figliuzzi in un pezzo del dicembre 2021 considera un pericolo per Trump l’eventuale estradizione di Assange. Secondo il giornalista, infatti, il Dipartimento della Giustizia USA potrebbe costringere Assange a collaborare, a fronte di un alleggerimento della pena, per arricchire e confermare, grazie ai documenti di Wikileaks, le indagini del procuratore Robert Muller contro Trump e le sue collusioni con la Russia.

Siamo nella pura distopia, non solo perché la vicenda giudiziaria di Assange fa dubitare che l’attivista possa compiere un simile voltafaccia, ma anche perché l’ipotesi, seppur lontanissima, che dati così sensibili siano controllati dagli Stati Uniti dà quasi le vertigini. Nel momento in cui il Dipartimento Della Giustizia facesse da filtro tra Assange ed il resto del mondo gli esiti catastrofici sarebbero in effetti infiniti, sopratutto all’interno dell’infowar. Quanto potrebbe impiegarci, un’entità con così tanto potere, a utilizzare quelle stesse informazioni segrete come arma contro i propri nemici?

Da un certo punto di vista, tuttavia, allargando la portata della questione ci si rende conto che nel conflitto tra Assange e gli Stati Uniti non si confrontano solo informazione libera e censura ma anche il mondo digitale ed uno spazio analogico che vorrebbe bloccarne le traiettorie, trattenendo, controllando, un’informazione che però è sempre più persistente ed indipendente dal “Corpo-Assange”.

Perché in ossequio alla filosofia Wiki che la informa, da Wikileaks sono originate tante realtà diverse che si muovono secondo i suoi stessi obiettivi, da OpenLeaks, fondata dall’amico/rivale di Assange, Daniel Domscheit-Berg, che promette straordinarie tutele alle fonti ed un capillare controllo delle informazioni, al collettivo Distribuet Denial Of Secrets. E poi Balkanleaks, i cui documenti tracciano le operazioni del crimine organizzato soprattutto dell’est europeo ma anche il vertiginoso lavoro di Anonymous, che in occasione del conflitto tra Russia e Ucraina si è trasformata in una sorta di Wikileaks bellica, pronta a pubblicare su Twitter documenti e informazioni utili alla causa ucraina, in una costante ipertrofia di leak che pare davvero il contrappasso ideale per chi vuole bloccare l’operato di Assange e di Wikileaks.

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