Jungle Fever, di Spike Lee

Tutti i colori di New York. Nei quartieri già segnati nelle didascalie, altra determinante localizzazione della metropoli del suo cinema, come già era avvenuto con Brooklyn per Lola Darling e Fa’ la cosa giusta. Al suo sesto lungometraggio (considerando anche il suo saggio finale alla New York University Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads del 1983) attraversa trasversalmente la città, tra Harlem, Bensonhurst (sobborgo di Brooklyn) e Manhattan, accentuando ancora di più un impeto dove il gesto, il fascio cromatico, l’urlo sono come improvvisi schizzi di una tela di  incredibile varietà, già delineata dagli inconfondibili titoli di testa che hanno sempre caratterizzato il suo cinema.

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Dopo Mo’ Better Blues anche Jungle Fever poteva essere un musical. In realtà forse in parte lo è. Non tanto nella presenza di brani ma proprio dagli incessanti dialoghi, dai monologhi dei personaggi. Come se fossero confessioni a cuore aperto, di un cinema ancora oggi densissimo e incontrollato, capace di rompere quasi la barriera tra schermo e spettatore e arrivarti addosso senza preavviso.

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jungle fever annabella sciorraFlipper (Wesley Snipes) è un architetto afroamericano che vive con la moglie e la figlia in un lussuoso appartamento di Harlem. Nello studio dove lavora viene assunta Angela Tucci (Annabella Sciorra), una donna italo-americana che abita in una modesta casa a Bensonhurst assieme al padre vedovo e i due fratelli. È fidanzata con Paulie Carbone (John Turturro), che gestisce un piccolo emporio e abita a casa col padre (Anthony Quinn) di cui è succube. Una sera Flipper ed Angie restano in ufficio fino a tardi per gli straordinari. Tra loro scatta un’attrazione reciproca e fanno sesso. Poteva essere l’avventura di una notte. Ma poi la moglie dell’uomo lo viene a sapere.

jungle fever john turturro anthony quinnJungle Fever non è solo una commedia interrazziale (come era stata presentata all’epoca con la locandina già esplicativa), ma anche sul rapporto uomini/donne e tra classi sociali differenti. Viscerale negli squarci domestici (il memorabile balletto di Samuel L. Jackson, premiato a Cannes, per ottenere i soldi per la droga dalla madre e l’omicidio da padre del padre Ossie Davis, la furia del padre contro una memorabile Annabella Sciorra), mostra tutto l’impeto del cinema di Spike Lee. Nella sua grandezza e nel suo essere fuori controllo. Proprio come nella scena dei poliziotti che fermano la coppia Flipper-Angie dove l’uomo è accusato di averla violentata.

Il neo/realismo del cineasta viene come amplificato. Con Halle Berry che non si è lavata due settimane per il ruolo della tossicodipendente ma che viene spesso filmata come uno squarcio surreale. Con i visi che sembrano deformati come nella scomposizione/distruzione della scena del Taj Mahal. Come in un dipinto di Munch. Tutti i colori e i segni di un cinema di una densità di rompende. Con tutta la magniloquenza e i fastidi dell’opera del regista. Proprio perché esagerata. Già il preludio di Malcolm X. Ma un film, dedicato alla memoria di Yusuf Hawkins (il giovane afroamericano ucciso nel 1990) che ancora oggi stordisce.

 

Titolo originale: id.
Regia: Spike Lee
Interpreti: Wesley Snipes, Annabella Sciorra, Spike Lee, Samuel L. Jackson, John Turturro, Anthony Quinn, Ossie Davis, Halle Berry, Ruby Dee

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Durata: 132′
Origine: USA, 1991