Jurassic World. Il dominio, di Colin Trevorrow

Non è privo di buone intuizioni, di fiammate improvvise, ma il film di Trevorrow ha il fiato corto, come se avesse rinunciato a giocare la sua partita fin da subito, cedendo alle sue insicurezze

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Sette anni dopo, il trauma nascosto tra i fotogrammi del franchise di Jurassic World è ancora lì.

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Fin dal primo capitolo, la saga che ha dato un seguito alle avventure dei dinosauri Spielberghiani, non riesce a liberarsi da uno strano senso di inadeguatezza, dalla sensazione di non riuscire a tenere il passo della Franchise Age, di non poter sopravvivere lontano dallo sguardo del suo creatore. Tanto Jurassic World che Fallen Kingdom ragionavano in fondo di come la saga potesse ancora risultare d’impatto per un pubblico contemporaneo che ormai non si stupiva più di nulla. Il primo capitolo risolse “espandendo” gli spazi del parco e i dinosauri attraverso il 3D, il secondo tentò l’assurda, affascinante fuga nei territori dell’horror autoriale di matrice europea. E tuttavia, stavolta, con Jurassic World – Il dominio, tutto sembra essere andato troppo oltre, stavolta sembra che i fantasmi abbiano preso il sopravvento, scombinando il meccanismo. Il sistema probabilmente salta proprio a partire da Colin Trevorrow, che torna a dirigere il franchise dopo il primo capitolo evidentemente per “riportare tutto a casa”, riequilibrare le traiettorie di una saga che da tempo gira a vuoto, come accadde con Abrams e L’ascesa di Skywalker. Così il regista (anche co-autore dello script) procede con precisione quasi chirurgica, dividendo il racconto in due tronconi che incrociano passato e presente della saga: in un mondo ormai invaso dai dinosauri da un lato i “nuovi” protagonisti, Owen e Claire cercano di salvare la loro figlia adottiva ed il cucciolo della velociraptor Blue, rapiti da mercenari al soldo di una multinazionale farmaceutica; dall’altro i veterani Alan Grant Ellie Sattler e Ian Malcolm investigano su alcuni strani incidenti che coinvolgono sciami di cavallette preistoriche.

Ma il passo di Trevorrow è freddo, rigido ed il risultato è una scrittura quasi algoritmica, che si preoccupa soprattutto di intercettare tutte le linee del franchise, l’action e l’impegno, la contemporaneità e la nostalgia, senza però soppesare sulle sfumature del racconto. Così, a essere lasciati indietro sono alcuni spunti lucidissimi che attualizzano lo spirito ambientalista della saga, lambendo ma mai approfondendo davvero l’ambiguità delle corporation, i lati oscuri del transumanesimo e certi abissi dell’imprenditoria tech. Ma è chiaro che a Trevorrow il vero intento è usare Jurassic World – Il dominio per riprendere contatto con un fandom che ormai è sempre più distante dal franchise, dimostrare di essere ancora all’altezza della vertigine del cinema contemporaneo. A qualsiasi costo. L’approccio del film è, ancora, convintamente meta. Da un certo punto di vista Trevorrow non fa che estremizzare il passo “alieno” di Fallen Kingdom e liberare il suo gusto citazionista. Se, in effetti, ora il mondo è invaso dai dinosauri, l’immaginario è tutto da ripensare e con esso i generi, gli stili, i linguaggi.

Jurassic Wordl - il dominio

Colin Trevorrow percepisce il potenziale giocoso della sua intuizione e si spinge fino a considerare i suoi dinosauri come parassiti che infettano e riscrivono interi generi e porzioni di spazio narrativo. E così segue Chris Pratt a cavallo mentre cattura dei raptor tra le praterie innevate come in un western di Pollack, fa confrontare Bryce Dallas Howard con un dinosauro come in un forsennato home invasion e apre l’ultimo atto sfiorando il Predator di McTiernan. Si tratta, però, di luminose intuizioni, parentesi momentanee che tradiscono quanto Colin Trevorrow trovi difficoltà nel ragionare sulla lunga distanza e abbia la costante necessità di appoggiarsi su strutture precostituite per non perdere il controllo. A volte sa scegliersi i suoi riferimenti, a tal punto che a tratti, pur superficialmente, si lascia guidare dall’umanesimo e dallo spirito d’avventura dello stesso Spielberg, il cui cinema Trevorrow osserva dalla distanza ma con deferenza fin dal primo capitolo. Da lì derivano forse i momenti più riusciti del Dominio, il combattimento all’arma bianca tra Chris Pratt e Scott Haze, la carovana di camion che guida dei brachiosauri smarriti nella neve, la bella sequenza del primo attacco delle cavallette. Nella maggior parte dei casi, però, Trevorrow preferisce non rischiare e si appiattisce sul linguaggio massimalista della Blockbuster Age. La sensazione è che ragioni per piccoli quadri, fiammate, ma non abbia mai il pieno controllo del film nel suo insieme, non si immerga davvero nel suo mondo e non sviluppi empatia con i suoi personaggi.

Con il tempo dunque Trevorrow si impigrisce, si chiude nella reiterazione nostalgica dei rituali del franchise e pare non riuscire a fare a meno dei dinosauri, quasi fossero gli unici strumenti per mantenere alta l’attenzione del pubblico: è davvero a suo agio solo in loro presenza e quando è costretto a rinunciarci è smarrito, esplora distratto lo spazio narrativo e si abbandona a impersonali parentesi interlocutorie in attesa di una nuova occasione per riportare in scena il caos massimalista.

È un film puntellato da promettenti intuizioni ma col fiato corto, Jurassic World – Il dominio, come se, malgrado le apparenze, avesse rinunciato a giocare la partita fin da subito, come se avesse ceduto ai suoi fantasmi fin dall’inizio.

 

Titolo originale: Jurassic World  Dominion
Regia: Colin Trevorrow
Interpreti: Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Omar Sy, Jeff Goldblum, Laura Dern, Sam Neill, Mamoudou Athie, Scott Haze, BD Wong
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 146′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)
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