Justice for all: l’appello dei musicisti che chiedono equità nel mercato digitale

Dopo un primo momento in cui l’umanità per resistere alla pandemia di Covid-19 ha provato a compattarsi attorno le istituzioni (che l’avevano provocata) ne è seguita una seconda dove si è preso atto che il conseguente lockdown sta in realtà perpetrando le stesse sperequazioni di prima. In alcuni casi in maniera ancora più subdola, considerata l’impossibilità di potersi opporre con proteste fisiche a quelli che sono veri e propri abusi. Il mondo della musica dopo aver messo a disposizione archivi online, aver provato i primi esperimenti di streaming social e finanche le performance su Zoom, è entrato da qualche settimana in questa seconda fase barricadera. La chiusura prolungata sta danneggiando infatti soprattutto gli artisti che non hanno alle spalle grandi case di produzione e vivono principalmente di vendite e live. Adesso che non si può più contare su quelle entrate ecco riemergere prepotentemente uno dei temi più dibattuti dell’industria musicale degli ultimi vent’anni: la suddivisione delle royaltes digitali (ne abbiamo parlato anche con Colin Stetson sul n.5 di SentieriSelvaggi21st). Così musicisti del calibro di John Zorn, Beth Orton, Bill Frisell, Mekons, Marc Ribot, Nels Cline, Laurie Anderson, Panda Bear, Rosanne Cash, Thao Nguyen, Crystal Waters, Boots Riley, Bela Fleck hanno firmato qualche giorno fa una petizione di Music Workers Alliance che mira ad aiutare gli artisti che stanno facendo più fatica durante la pandemia di coronavirus. L’appello, sin dal chiaro titolo “A CALL BY MUSICAL ARTISTS FOR BASIC FAIRNESS IN THE DIGITAL MARKETPLACE”, è rivolto ai Ceo delle tre più grandi piattaforme di condivisione dei contenuti multimediali: Susan Wojcicki, Ceo di Youtube, Sundar Pichai, Ceo di Google, Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook e chiede loro una responsabilizzazione di fronte all’attuale situazione. “Con la chiusura delle esibizioni dal vivo, la stragrande maggioranza del settore musicale ha perso i mezzi economici per la sopravvivenza di base. La maggior parte, se non tutta, delle entrate perse non tornerà mai più. Non molto tempo fa, molti musicisti, DJ e artisti del suono avrebbero potuto superare questo periodo facendo affidamento sulle vendite di musica registrata”, si legge nell’appello. Alla chiusura del mercato statunitense il 10 aprile, mentre decine di artisti in tutto il paese cercavano di accedere alle indennità di disoccupazione, Mark Zuckerberg di Facebook e Larry Page di Google / Youtube durante quella settimana avevano guadagnato rispettivamente $ 6,2 miliardi e $ 3,6 miliardi secondo i calcoli della rivista Forbes. Beth Orton allora afferma: “Con così tanta destabilizzazione finanziaria per i musicisti, è più importante che mai che la partecipazione agli utili digitali sia equa e solidale”, mentre Marc Ribot aggiunge: “Tutto il mio lavoro è chiuso fino a giugno, con ulteriori annullamenti previsti. Se non affrontiamo – ORA – l’infrazione di massa online che ha distrutto la nostra capacità di fare soldi registrando, presto saremo chiusi”. La petizione che ad oggi ha già raccolto più di 3000 firme degli addetti ai lavori “in nome della giustizia economica per i creatori di prodotti musicali registrati” articola saggiamente le sue proposte in due semplici e chiari articoli:

  • “1. Soccorso immediato per i danni provati dai musicisti: Chiediamo a tutte le principali società che traggono profitto dalla distribuzione di musica di contribuire con l’1% delle loro entrate pubblicitarie durante ogni mese in cui le esibizioni dal vivo rimangono chiuse in un fondo di emergenza per essere amministrate da organizzazioni di soccorso dell’artista da comunità come MusicCares, The Actors Fund, Sweet Relief e The Jazz Foundation. Applaudiamo sia Sony che Netflix per aver già donato $ 100 milioni ciascuno per gli aiuti di Covid-19.
  • 2. Ridurre la violazione del copyright stabilendo “Misure tecniche standard”: Chiediamo a Google, YouTube, Facebook e altre importanti aziende online, in coordinamento con una vasta rete di organizzazioni dell’industria musicale – compresi i rappresentanti di etichette indipendenti e creatori di contenuti – di istituire e responsabilizzare immediatamente un gruppo di lavoro incaricato di esaminare le fasi, tra cui misure tecniche standard che potrebbero affrontare la violazione al fine di creare un ecosistema musicale online più sostenibile che sostenga una produzione culturalmente diversificata e promuova lo sviluppo economico e le piccole e medie imprese”.

In realtà l’idea di un “mercato unico digitale” dove le piattaforme di condivisione dei contenuti come Google, Facebook e Youtube debbano assicurare la stipula di licenze con i legittimi proprietari dei diritti o la rimozione dei contenuti protetti da copyright è stata affrontata già in Europa con la direttiva della Commissione 0593/2016. In essa si prevede una loro burocratica quanto generica responsabilizzazione ma nel testo alla fine approvato le due misure davvero decisive, ovverosia una «link tax» (tassa sui link) e un upload filter (un filtro sul caricamento dei contenuti), non erano state inserite nonostante fossero state proposte in sede di dibattito. Fino a quando nemmeno l’Europa, molto più avanti almeno dal punto di vista del diritto degli Usa, riuscirà ad imporre ai colossi digitali tassazioni progressive a fronte dei loro incredibili introiti appelli del genere sono costretti a cadere a vuoto. Il virus della giustizia economica non è purtroppo fratello di quello sanitario.

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