Kajolrekha, di Gias Uddin Selim
Il quinto film del regista bengalese è adattamento di un’antica ballata della Maimansingha Gitika, raccolta di racconti popolari della letteratura medievale. Questa sera al Karawan Festival di Roma
Dopo aver perso tutto quanto possedeva al gioco d’azzardo, Dhwaneshwer inizia a struggersi e pentirsi delle sue scelte di vita, finché un giorno un monaco gli dona un uccello magico in grado di indicargli di volta in volta la via da seguire per raggiungere la felicità. Dopo un primo momento in cui i consigli dell’uccello parlante effettivamente restituiscono all’uomo e alla sua famiglia la ricchezza e la prosperità perduta, la prossima mossa sembra dover essere quella di abbandonare la figlia Kajolrekha nella foresta. Da qui inizia proprio il percorso di crescita dura della figlia, che abbandonata da suo padre affronterà ogni tipo di ostacolo nel ritorno verso casa. Adattato da un’antica ballata della Maimansingha Gitika, raccolta di racconti popolari della letteratura bengalese nel medioevo, il film di Gias Uddin Selim è una sontuosa fiaba musicale che trasporta il pubblico nell’affascinante passato del Bangladesh.
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Presentato in anteprima mondiale all’International Film Festival di Rotterdam nel 2025 e in anteprima italiana al Karawan Fest 2025, Kajolrekha è il quinto film del regista e sceneggiatore bengalese, che affronta la dimensione magica e musicale del racconto fiabesco nella veste del racconto di formazione più classico. Infatti qui l’approccio ai personaggi e alla storia è dettato in primis da un’esigenza formale volta dal primissimo momento alla sottolineatura di questo aspetto “astratto” della narrazione; pensando all’overture in qualche maniera volutamente artificioso dell’apertura, che attraverso la musica esplica i temi che seguiranno nel corso della visione. La musica inoltre è una parte fondamentale del racconto in Kajolrekha e lo si evince dall’uso continuo e inevitabile che se ne fa nel corso dell’opera, in quanto modalità espressiva nel contatto diretto con la psiche dei personaggi.
Questo discostamento volto al racconto formalizzante inoltre passa anche per un’impostazione linguistica nelle scelte registiche abbastanza eloquente. I luoghi vengono raccontati dal regista con un’inquadratura quasi sempre dall’alto e da una certa distanza, come a voler ribadire la sostanziale natura intrinsecamente astratta e magica di Kajolrekha. Nella progressione degli eventi poi le scelte introdotte raccontano di una volontà nel voler esplorare una storicità e una società che sia a tutto tondo. Ogni ascesa e risalita dei protagonisti è raccontata con parecchia cura, e questo ci fa pensare che Gias Uddin Selim abbia voluto coscientemente realizzare questo viaggio attraverso le classi, i modi e i costumi del medioevo bengalese con un’attenzione lodevole.























