KARLOVY VARY 44 – "The Limits of Control", di Jim Jarmusch

The Limits of Control Un viaggio immobile. Ancora più del solito. The Limits of Control è il nuovo lungometraggio di Jim Jarmusch, film del 2008 approdato in sordina a un grande festival di cinema come quello di Karlovy Vary, ingiustamente maltrattato alla sua uscita negli Stati Uniti e rifiutato da Cannes. Ed è la versione radicale di Ghost Dog, un infinito falso movimento che si snoda ipnotico per immagini e suoni fino allo stordimento nel corpo della Spagna, da Madrid a Siviglia all’estremo sud, documentando le tappe, identiche e diverse, di un personaggio praticamente muto e senza nome (come tutti gli altri), l’uomo solitario interpretato da Isaach De Bankolé, in transito continuo, mosso da una missione misteriosa infine rivelata negli spazi western del deserto spagnolo. De Bankolé in sovrimpressione con il Forest Whitaker di Ghost Dog, nuova espressione di killer zen, corpo-fantasma del quale non si sa nulla, che vive solo nel presente.
The Limits of Control The Limits of Control è tutto qui, nel silenzio e nell’attesa che qualcosa si compia, che la ripetizione di gesti, di incontri, di parole che occupa le immagini trovi un suo epilogo, silenzioso e sospeso quanto quel che l’ha preceduto nel corso di quasi due ore di visione. Film thai chi, come gli esercizi che l’uomo solitario compie ogni mattina, al termine di una qualsiasi notte insonne. Perché l’uomo solitario vestito di abiti eleganti si stende nei letti senza dormire e senza svestirsi, rimane a occhi aperti, e si nutre di quasi nulla, un po’ di frutta e, regola di un codice senza tempo e spazio, di due caffè espresso ordinati ovunque si trovi (in un bar a Madrid, su un treno o un aereo, in una taverna…) in due tazze separate. Non porta pistole, non usa telefoni cellulari, non fa sesso quando è in missione. Regole da non infrangere, mentre i suoi spostamenti lo portano in contatto, ma sempre a distanza, con una serie di uomini e donne altrettanto misteriosi (Alex Descas, Jean-François Stévenin, John Hurt, Tilda Swinton, Gael García Bernal, Hiam Abbas…) e indispensabili nel custodire ognuno un frammento del puzzle, puro mcguffin, che fa procedere il testo e che si manifesta in scatole di fiammiferi contenenti biglietti bianchi con delle cifre, che De Bankolé legge e poi ingoia sorseggiando un po’ di caffè.
The Limits of Control E film drone metal, a quattro anni di distanza da Broken Flowers, quest’opera cinefila (si parla di Hitchcock e Orson Welles, e di Kaurismaki senza citarlo espressamente…) e multilingue (spagnolo inglese francese arabo una lingua africana giapponese…, che sarebbe un crimine doppiare) abitata da una colonna sonora silenziosamente invasiva firmata in buona parte dal trio giapponese Boris e dal duo newyorkese Sunn O). Jarmusch spinge il suo sguardo in avanti, come una lunga soggettiva in progress che scivola e penetra sulle strade, sugli edifici, negli spazi aperti di una Spagna così manifestamente da film commission (come era il pre-testo del più recente capolavoro di Wim Wenders Palermo Shooting) da diventare immediatamente altro da quella funzione meramente istituzionale/finanziaria, esplorazione filmica in tutte le direzioni, segno geometrico e emozionale in perfetta sintonia con gli altri luoghi del mondo in precedenza registrati dal filmaker dell’Ohio. Che la Spagna, set unico di The Limits of Control, la percorre sintetizzandola in un intreccio architettonico stra-ordinario, come un quadro da riempire di immagini live collocate l’una dentro l’altra (e non casualmente il film e l’uomo solitario sostano a lungo nelle stanze di un museo, anche qui spot per quella struttura rovesciato in suo uso puramente semantico).
Fino allo scopo della missione: uccidere, anche in questo caso con gesto orientale quasi invisibile, un uomo potente (Bill Murray) che in una villa nel deserto super-protetta, ma poi non così tanto, detiene simbolicamente il controllo del mondo. Perché quel limite va sgretolato, i corpi devono tornare a liberarsi e respirare (come fa Isaach De Bankolé abbandonando la sua tenuta da lavoro e indossando una tuta con i colori della sua nazione d’origine, la Costa d’Avorio). No limits. No control. È la scritta che appare dopo i titoli di coda.

3 commenti

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    Definire "capolavoro" quella schifezza di Palermo Shooting richiede una buona dose di coraggio, complimenti!

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    dipende anche da che versione hai visto del film. Quella uscita in sala in Italia era deturpata dicirca 40 minuti, se non sbaglio. Immagino che Gariazzo si riferisse a quella versione, vista a Cannes. Quindi forse piu' che coraggio credo che abbia solo visto un altro film…

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    sarà…ma credo che anche in quella versione ci fossero quel ridicolo Dennis Hopper e la catatonica giovanna mezzogiorno. per me wenders è fermo al cielo sopra Berlino, da allora gli ha preso un delirio di onnipotenza e crede di spacciare per arte qualsiasi cosa giri solo perché c'è il suo "tocco".