Keira Knightley, un'attrice per la fine del mondo

Keira Knightley EspiazioneÈ davvero un'attrice per la fine del mondo Keira Knightley. O per lo meno per la fine di un cinema che si appoggia su certi stereotipi femminili che l'attrice britannica ridefinisce costantemente, imponendosi tra le interpreti della sua generazione innanzitutto per la sua fisicità.

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Contestabilmente magra e nodosa, è sin dall’inizio della sua precoce carriera soprattutto un corpo, capace di definire con la sua stessa presenza la direzione intrapresa da un autore.

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Non ha infatti lo sguardo tenero e smarrito della coetanea Carey Mulligan, accanto alla quale ha  lavorato già due volte, nel remake del classico Orgoglio e pregiudizio del 2005 e in Non lasciarmi di Mark Romanek, tratto dal best seller di Ishiguro Kazuo. E neanche la presenza imponente e lo sguardo ambiguo di Romola Garai, altra attrice britannica con cui divide la scena di Espiazione, pur su piani temporali differenti.

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È quindi il corpo il suo tratto distintivo, una presenza androgina utilizzata tanto per offrire un appiglio contemporaneo a classici da rinverdire, quanto per adattare generi tipicamente femminili come il mélo o la commedia romantica a un nuovo modello di donna, meno morbido e più sfuggente, in un aggiornamento delle giovani aristocratiche ed emancipate di Tamara de Lempicka ben còlto da Wright che la riprende come la celebre Ragazza in verde.

 

Keira Knightley A dangerous methodDall’esordio nel thriller psicologico The Hole, spalla dell’allora promettente Thora Birch, dove interpretava una bellissima adolescente bulimica, al ruolo-chiave di Sabina Spielrein in A Dangerous Method di David Cronenberg, il percorso attoriale della Knightley appare costantemente definito dalla sua fisicità, che ha il pregio di plasmare l’atmosfera delle pellicole che interpreta.

 

Non a caso Cronenberg apre il suo dramma su di lei, con un’immagine scomoda e a rischio del ridicolo che imprime su quel corpo privo di attributi femminili il rifiuto della sessualità e la radice dell’isteria. Un corpo che già prima della battuta rivelatrice del dialogo tra Sabina e  Jung «Non c’è qualcosa di femminile dentro ogni uomo e di maschile dentro ogni donna?» anticipa unicamente con la propria esposizione uno degli enunciati di un film che si nutre di opposti “e delle più oscure differenze” per cui “soltanto lo scontro tra forze distruttive può creare qualcosa di nuovo”.

 

Femminile e maschile al tempo stesso, il corpo di Keira Knightley aggiorna gli archetipi della principessa in pericolo, come la Elizabeth della saga dei Pirati dei caraibi, che non esita a imbracciare la spada e combattere al fianco del pirata Johnny Depp, che, parallelamente modella la figura del pirata sull’uomo contemporaneo, più pavido, sornione, bambino.

L’immagine della Knightley risulta così funzionale al progetto di modernizzazione dei classici, che interessa soprattutto il cinema britannico contemporaneo e che pare aver trovato nel volto della giovane attrice inglese un punto d’incontro tra tradizione (è comunque autoctona e non yankie come la Gwyneth Paltrow di Emma…) e rinnovamento, attraverso un look emaciato ben lontano dai morbidi tratti preraffaelliti delle donne ottocentesche.
Diventa una sorta di musa per Joe Wright, l’autore di Pride and Prejudice ed Espiazione – e di Anna Karenina, di prossima uscita – nonché un simbolo patriottico nei panni di Georgiana Spencer, antenata di Lady D, in La duchessa, film che a distanza di due anni sembra istituire con la sua struttura più rigorosa e filologica un duello a distanza con la rilettura pop della Coppola di Marie Antoinette.

 

Keira Knightley Steve Carell Cercasi amore per la fine del mondoIn mezzo ci sono la cacciatrice di taglie Domino, ispirata alla straordinaria vita della figlia dell’attore Lawrence Harvey, in cui Tony Scott tenta di sfruttare la sua androginia per dar corpo a una killer letale. L’operazione però non funziona, forse proprio per la mancanza di quei contrasti indicati in Dangerous Method come necessari per la scintilla artistica.

E infatti la Knightley non ripercorre quella strada, scegliendo giustamente commedie e drammi in cui la sua immagine diventi opposizione al testo e non ricalco didascalico.
Eccola allora neo-sposa oggetto dell’amore non confessato del migliore amico del marito nella deliziosa commedia corale Love Actually e poi, nel 2010, moglie inquieta in Last Night della regista iraniana Massy Tadjedin, in cui si divide tra il marito Sam Worthington e l’ex fiamma Guillaume Canet in un dramma borghese dai sopiti riflessi pinteriani, che la vede opposta al sex appeal prorompente di Eva Mendes.

 

Più propensa al drammatico che al comico, la Knightley si distrae dagli impegnativi set di Cronenberg e Anna Karenina con il romantico Cercasi amore per la fine del mondo di Lorene Scafaria, la sua terza commedia dopo Sognando Beckham e Love Actually, in cui offre la migliore prova dopo la Sabina di A Dangerous Method. Forse grazie alla presenza di un eccezionale Steve Carell, e del suo tenero Dodge, la Knightley abbandona pian piano una recitazione troppo impostata, per arrivare a concedersi emotivamente, alla stregua del film che dopo il bozzettismo iniziale si libera nel racconto emozionante di questa improbabile love story.