Kelly Reichardt: per un cinema senza fissa dimora
Un viaggio nel cinema della regista di ‘The Mastermind’ e ‘Meek’s Cutoff’, tra paesaggi sconfinati e personaggi smarriti, alla ricerca di un senso in un’America segnata da solitudine e incertezza
Se c’è una cosa che sembra accomunare tutti i film di Kelly Reichardt, questa è sicuramente l’ossessione nel raccontare storie di personaggi costantemente alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Nel suo percorso di cineasta indipendente, dal lungometraggio d’esordio River of Grass del 1994 fino ad arrivare al suo lavoro più recente, The Mastermind (attualmente presente nelle sale italiane), emerge un quadro dell’America fatto di persone che sembrano aver perso i loro punti di riferimento, navigando a vista nell’oceano dell’incertezza e della noia esistenziale, in netto contrasto con la presunta prosperità evocata dallo sviluppo smisurato delle grandi città del Paese a stelle e strisce.
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Dato lo scenario in questione, sorge dunque quasi spontanea l’esigenza di mettere in discussione i principali modelli (sociali, politici, morali) che hanno portato un intero Paese alla situazione in cui si trova adesso, cosa che nel cinema – ma nell’arte in generale – trova la sua attualizzazione nel verbo che ha definito la storia dell’espressione creativa lungo tutto il XX secolo, ovvero: decostruire.
Il cinema di Kelly Reichardt parte, infatti, da alcuni generi fondanti della storia del cinema americano (come il western e il noir), per poi andare in direzione completamente opposta rispetto alle aspettative, nel processo di descrizione della condizione di spaesamento e alienazione nei confronti della società esterna che vivono i suoi personaggi outsider, in sintonia con l’enorme senso di vuoto offerto dagli sconfinati paesaggi naturali del Paese.
In questo senso, un film come Meek’s Cutoff del 2010 risulta essere la summa di tutte le sue principali tematiche narrative e stilistiche. Presentata in concorso alla 67ª edizione del Festival di Venezia, l’opera segue le vicissitudini di una carovana di pionieri alla ricerca dell’oro smarritasi nell’aridissimo deserto dell’Oregon di metà Ottocento. L’uomo che fa da guida al gruppo (interpretato da Bruce Greenwood e che fa di nome Meek, dall’inglese “mite”, scelta assolutamente non casuale) continua a ripetere ai suoi compagni di avere fede, di non perdersi mai d’animo affinché si possa ritrovare il sentiero principale, in nome di una serie di princìpi da lui decantati che fanno sorgere svariati dubbi nella mente dei suoi compari, ma soprattutto in quella di Emily Tetherow (Michelle Williams), che impiega poco tempo a smascherare il finto profeta e a diventare essa stessa la vera “leader” del collettivo.
Girato in formato 4:3 e con un budget comunque limitato, nonostante le potenzialità del genere western, Meek’s Cutoff è un film che parla più all’attualità della società americana del periodo in cui è stato girato, piuttosto che a quella legata alla febbre dell’oro al centro della storia. Prima di tutto perché gli uomini che dovrebbero tenere le redini del comando, dando il giusto esempio ed esortando gli altri a fare altrettanto, sono i primi a rivelarsi inadatti, incapaci di scegliere una strada ben precisa e responsabili della perdita dell’orientamento del gruppo. Il riferimento all’operato dei leader politici statunitensi (Bush in primis) è palese, e Reichardt, da regista indipendente qual è, trova in due personaggi “esterni” le vere figure di riferimento su cui basare la riscossa della comunità: una è il personaggio di Michelle Williams (diversa in quanto donna) e l’altra è rappresentata dal nativo (Ron Rondeaux) incontrato per strada, che a differenza dei coloni bianchi non fa false promesse e agisce invece di parlare e millantare assurde gesta eroiche.
Il lavoro svolto sul paesaggio naturale è l’altro tratto caratteristico della cineasta, che, insieme ai suoi collaboratori fidati Jon Raymond (sceneggiatore) e Christopher Blauvelt (direttore della fotografia), immerge personaggi e spettatori nella vastità dei panorami esplorati, totalmente coerenti con i silenzi e il grande “nulla” esistenziale provato dai protagonisti delle sue storie. Nel caso di Meek’s Cutoff poi, lo stesso ambiente naturale non è esente da quell’ottica decostruzionista che la Reichardt applica ai generi di riferimento, limitando appositamente gli orizzonti con la scelta del formato in 4:3, creando così un universo pienamente coerente con l’incertezza dominante nella società americana contemporanea di cui si parlava prima.
Meek’s Cutoff rappresenta una tappa importante nella filmografia di Kelly Reichardt, che da lì in avanti lavorerà a progetti sempre più ambiziosi soffermandosi sui soliti topoi visivi (focus sulla natura e sul movimento senza meta dei personaggi) e applicando la stessa logica narrativa anticonvenzionale ai generi cinematografici (Night Moves e First Cow ne sono un esempio). È pur vero che certe caratteristiche mostrate nel suo film del 2010 erano già presenti nei due lavori precedenti della cineasta, ovvero Old Joy del 2006 e Wendy and Lucy del 2008. È proprio quest’ultima opera che diventa il trampolino di lancio per la carriera della regista originaria della Florida, ma con un legame speciale con lo stato dell’Oregon (dove ha ambientato quasi tutti i suoi film). L’opera, presentata all’interno della sezione Un Certain Regard del 61° Festival di Cannes, segna anche l’inizio del fortunato sodalizio tra la Reichardt e Michelle Williams, che darà vita a quattro lungometraggi (Wendy and Lucy, Meek’s Cutoff, Certain Women, Showing Up).
In entrambi i film si può sicuramente notare un certo senso di desolazione (degli spazi, ma anche dell’anima) per la situazione politico-economica in cui versava il paese nella seconda metà degli anni 2000: un sentimento che, in Old Joy, ad esempio, emerge dalle trasmissioni radio liberal che ascolta Mark (Daniel London) – uno dei due protagonisti del film assieme al personaggio interpretato da Will Oldham, chiamato Kurt – in macchina. Il malessere dell’elettorato democratico fa da sfondo alla vicenda di riscoperta del sé al centro dell’opera, così come Wendy and Lucy rende ancor più palese il clima di depressione causato dalla crisi finanziaria del 2008 attraverso il personaggio interpretato da Michelle Williams. Una ragazza precaria (Wendy) si è allontanata dalla famiglia per cercare lavoro in Alaska assieme al suo cane Lucy, che un giorno si allontana da lei, mettendola al centro di un dramma di stampo neorealista (nel modo in cui la macchina da preda la pedina costantemente), dove ancora una volta si finisce per girare inesorabilmente a vuoto, sia fisicamente che spiritualmente.
Erranti senza meta sono anche le quattro protagoniste (Laura Dern, Michelle Williams, Kristen Stewart, Lily Gladstone) del corale Certain Women, presentato al Sundance Film Festival del 2016. In esso ritroviamo la stessa sensibilità nel filmare i paesaggi e le strade (questa volta del Montana e non dell’Oregon) percorse dai personaggi e gli stessi silenzi che caratterizzano le relazioni tra essi, ma a tenere insieme tutto ciò è il tema del tradimento. È questo grande filo conduttore dei quattro episodi del film che trova la sua attualizzazione nei risvolti drammatici delle singole storie e che ridefinisce l’intero rapporto tra l’individuo e lo spazio geografico e simbolico a lui circostante.
Quella fiducia originariamente posta nell’abbondanza delle terre del Nuovo Continente è stata tradita dall’avidità degli uomini, da quel “diritto di conquista su cui sono stati fondati il West e l’America stessa” (per dirla alla maniera della cineasta), e dunque ogni inquadratura in campo lungo ritraente il paesaggio naturale che il Paese ha da offrire non può che tradursi in un desolante senso di vuoto. Nella stessa vacuità sono completamente immerse le vite delle quattro donne protagoniste, le quali, nonostante gli innumerevoli sforzi per affermare la propria autorità (come nel caso dell’avvocata interpretata da Laura Dern) o anche solo per ribadire la propria esistenza in questo mondo (la domatrice di cavalli interpretata da Lily Gladstone), sono condannate alla noia della vita di provincia, alla ripetizione degli stessi gesti quotidiani e al costante movimento avanti e indietro lungo le strade del Paese.
Dei sentieri che una volta erano veramente selvaggi, oggi non resta che il ricordo.























